Matilde Serao e i soffitti di cristallo del giornalismo italiano

Cosa è cambiato dall’epoca di Matilde Serao se le donne ancora oggi sono un passo indietro all’uomo nelle professioni legate all’editoria e al giornalismo?



Il mondo dell’editoria per le donne è stato fin da sempre crudele. Chiuso al sesso femminile un po’ con raziocinio, un po’ come conseguenza della vita che facevano le donne, il giornalismo femminile si sviluppa dopo circa un secolo rispetto a quello maschile e non ha vita facile.


I giornali femminili, infatti, difficilmente si occupavano di tematiche degne di nota, importanti e considerevoli rispetto alla vita in società.


Nati su modello francese, i primi giornali femminili erano, piuttosto, un passatempo per le dame, ancora tradizionalmente ancorati alla cultura dell’Ancient Regime: moda e letteratura per tutte coloro che potevano permetterselo.


La maggior parte di queste riviste, come dicono le studiose del tema, lasciavano trapelare un vero e proprio “culto delle apparenze” per il corpo femminile. Soltanto molto tempo dopo troveremo a lavorare in questo settore anche le donne senza che siano relegate alle “loro tematiche”.


Un “genere di moda e di famiglia”, un nuovo conformismo laico e moderno che tracciava una sorta di solco, di cesura, fra quelli che erano gli interessi aperti ad un genere maschile e quelli per il femminile.


Come vedremo, però, nonostante l’arretratezza culturale e il divario di genere, molte donne appartenenti al mondo dell’editoria e del giornalismo riusciranno a sfondare uno dei primi soffitti di cristallo che siano mai stati abbattuti.


Siamo davvero sicuri, però, che le donne ora siano una presenza ben radicata nell’editoria?


Senza dubbio è facile accorgersi dell’ampio numero di scrittrici e giornaliste le quali, però, ricoprono sempre più spesso ruoli marginali, vengono relegate a trattare una tematica di stretto raggio e, soprattutto, spesso inserite come spalla del giornalista o dell’editore.


Quante sono, invece, oggi le donne che posso vantare di aver raggiunto un incarico elevato come essere diventate direttrici di un giornale?


Su questo ruolo appena poco più di un mese fa si è spesa una polemica linguistica, secondo molti sterile, che non dovrebbe però essere considerata tale. Come possiamo pretendere che raggiungere il vertice e essere direttrici, o direttore, come direbbero le femministe più radicali, diventi normalità se quelle poche donne che oggi occupano quegli spazi continuano ad utilizzare il termine declinato al maschile?


Già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, Matilde Serao, la prima direttrice che abbia mai supervisionato un giornale, si definiva direttrice.


La Serao, una delle intellettuali più famose del Mezzogiorno, diresse il giornale che lei stessa fondò, nel 1892.


Aveva fondato il Mattino con il suo compagno, Edoardo Scarfoglio e proprio con lui codiresse il giornale fino a quando non si separarono totalmente: vita professionale e vita sentimentale subirono un arresto.


Moderna, quindi, non soltanto per aver continuato a ricoprire un ruolo così importante in autonomia, ma anche per aver preso la coraggiosa decisione di allontanarsi dal partner, in un’epoca così lontana da quella che viviamo noi oggi.


La Serao veniva, già da sé, da una famiglia piuttosto anticonformista: era nata in Grecia dove il padre, Francesco, avvocato e giornalista, fu costretto a vivere in esilio perché di fede antiborbonica.


Si seppe distinguere, al di là dell’esperienza come direttrice, in tutto il corso della vita professionale, arrivando a ricevere ben sei candidature al Premio Nobel per la letteratura negli anni Venti. Spoiler: non lo ottenne mai.


Giornalista e scrittrice, anche la vicenda di Matilde Serao è fra quelle sconosciute della nostra storia: un’altra grande figura del mondo della cultura, condannata ad una damnatio memoriae solo perché donna e quindi dalla parte sbagliata del sesso della storia.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic


Immagini: Da https://www.napoliflash24.it/la-storia-di-matilde-serao-3puntata/



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