Manifestamente Toulouse-Lautrec

Anagraficamente la sua vita è durata soli trentasette anni, ma tramite la sua eredità artistica quest’anno festeggia 120 anni dalla sua nascita. È vissuto nell’Ottocento, ma con la mente proiettata verso il futuro. È cresciuto inspirando Degas e tutto il movimento impressionista e postimpressionista e si è stabilizzato espirando una primordiale visione di realismo così lampante ed apodittica da imprimersi nella memoria degli osservatori. Figlio della pittura en plein air e dei suoi paesaggi naturali, ha scelto di allontanarsi dalle luci naturali per lasciarsi guidare da quelle artificiali del suo studio e rappresentare i protagonisti della notte nella loro psicologia ed essenza.



Solo chi si sente costantemente immerso nel giudizio sa come impedirne la fuoriuscita dalla porosità dei pensieri, solo chi deve fare quotidianamente i conti con il proprio aspetto fisico sa come esaltarlo e farlo risaltare. Lui è Henri de Toulouse-Lautrec. A quattordici anni due incidenti lo obbligano ad affrontare un grave problema scheletrico che lo porta a dover rinunciare a crescere di altezza. E così, mentre la parte superiore del corpo si sviluppava, quella inferiore rimaneva invariata. Ciò l’ha condotto a dover rinunciare a tutte le attività che dilettavano il suo ceto di appartenenza, quello della nobiltà, e ad avvicinarsi al mondo dell’arte. Non l’arte comunemente considerata dagli aristocratici, bensì un’arte che si spoglia di formalismi e si immerge nei cabaret, nei caffè e nelle sale da ballo della capitale francese, Parigi. Il pittore rigetta Place Vendôme e accoglie Montmartre dalla vivacità scomoda e dalla vitalità scostumata. L’esistenza dell’artista si colora di bohèmien: inizia a frequentare locali come il Moulin de la Galette, il Café du Rat-Mort, il Moulin Rouge ed è in particolare per quest’ultimo che crea nel 1891 il primo manifesto intitolato Moulin Rouge: la Goulue”. La Goulue infatti, ballerina famosa e stella del locale, viene rappresentata al centro dell'opera, privata di una vasta gamma di colori, perchè limitate erano le scelte che si potevano apportare a fronte della tecnica adoperata: le litografie venivano realizzate su blocchi di pietra calcarea inchiostrata e le immagini impresse sulla carta attraverso un torchio manovrato a mano. La matrice in pietra garantiva la possibilità di produrre tante copie in modo economico. L’assenza di prospettiva, la fermezza dei contorni e la piattezza cromatica riportano all’attenzione le xilografie giapponesi con il loro gioco di contrasti e la loro sete di incisività figurativa.


È interessante come l’artista interpreti il concetto di “pubblicità” alla luce del significato della sua parola di origine, “pubblico”, a sua volta derivata da “popolo”. L’obiettivo di pubblicizzare, infatti, dovrebbe essere informare, rappresentare ciò che è, nella sua onestà e trasparenza, non inventare immaginando ciò che potrebbe essere al solo fine di accaparrare consensi. Siamo tutti bravi a usare iperboli, un po’ meno a chiamare le cose con il proprio nome. Ciò che è presente nei manifesti pubblicitari dovrebbe corrispondere a ciò che manifestamente è presente nella realtà. Ed è esattamente questo a rendere un manifesto pubblicitario un’opera d’arte: la sincerità.



Vittorio Pica, scrittore e critico d’arte italiano, descrive il manifesto come un’ “umile forma d’arte che anche nella sua gloria effimera, poiché il sole lo scolora, la pioggia lo inzuppa e lo macula, il vento lo lacera, corrisponde mirabilmente all’intensità vorticosa delle nostre grandi città”.


Articolo a cura di: Emanuela Braghieri



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