Mandela: una vita contro la segregazione

Ho nutrito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia… Questo è un ideale per cui vivo e che spero di realizzare. Ma se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire”.


Il 18 di luglio ricorre il centotreesimo anniversario dalla nascita di Nelson Mandela, il leader della popolazione nera sudafricana che ha portato il suo Paese a uscire dalla segregazione razziale e dal regime di apartheid, diventando il primo presidente nero del Sudafrica.



Per comprendere le ragioni che hanno portato Mandela a diventare un simbolo mondiale della lotta per i diritti civili è necessario capire la situazione di profonda segregazione che le persone indigene subivano: lo Stato sudafricano viveva una situazione di controllo da parte dell’Impero Britannico, essendo parte del Commonwealth, oltre a una profonda divisione etnica fra i popoli indigeni e i discendenti dei numerosi coloni, prima olandesi e poi inglesi, che avevano preso possesso del territorio sudafricano. Con l’indipendenza raggiunta nel 1961, il National Party iniziò la sua tristemente nota politica di apartheid (“separazione” in lingua Afrikaans), nella quale vennero create delle vere e proprie riserve per mantenere le popolazioni indigene separate da quella bianca, che avrebbe dovuto avere il compito di amministrare il Paese. Al contempo, ai neri che continuavano a vivere nelle zone assegnate ai discendenti dei coloni venivano sempre più erosi i diritti civili, tanto che non era permesso a un nero di frequentare le scuole e le università “per bianchi”. Le Nazioni Unite sanzionarono a più riprese il Sudafrica per queste politiche segregazioniste, dichiarandole nel 1973 un crimine contro l’umanità, e per gli stessi motivi il Paese fu espulso dal Commonwealth. Tuttavia il governo del Paese si rifiutò di porre fine al regime di apartheid.


Nelson Rolihlahla (questo il suo nome di nascita) Mandela nacque in una tribù di etnia Xhosa, una delle più colpite dal regime segregazionista sudafricano e una delle più ostili al governo bianco. Il nome “Nelson” gli fu affibbiato durante gli studi in un collegio coloniale britannico, dove agli studenti neri venivano dati nomi inglesi al posto dei nomi indigeni originari, considerati impronunciabili. Il suo attivismo e la sua lotta all’apartheid iniziarono presto: già a 22 anni Mandela fu espulso dall’Università che frequentava per aver guidato una rivolta studentesca. Tuttavia il suo impegno politico non si fermò, anzi continuò a crescere: nel 1944 entrò nel movimento giovanile dell’African National Congress (ANC), il principale partito di riferimento per le lotte dei neri in Sudafrica, del quale Mandela divenne presidente nel 1950. L’ANC a partire dal 1960 fu dichiarato illegale dal governo centrale sudafricano, ma continuò ad operare in clandestinità, talvolta attraverso la lotta armata, rimasta l’unica soluzione dopo che gli iniziali tentativi di protesta pacifica non avevano sortito effetto. Mandela venne più volte arrestato e fu condannato prima a cinque anni di carcere e poi all’ergastolo nel 1964 per sabotaggio e alto tradimento. Uscì di prigione nel 1990 e riprese in mano le redini dell’ANC, che proprio quell’anno era stato riammesso fra le organizzazioni politiche tollerate dal governo centrale. Una vicenda, quella dell’incarcerazione del leader dell’ANC, che diede vita a un fenomeno curioso, noto proprio come effetto Mandela: in molti infatti credettero che questi fosse deceduto in carcere aspettando la liberazione, mentre invece riuscì a guidare la transizione democratica del suo Paese e ad essere eletto, nel 1994, presidente della repubblica con le prime elezioni a suffragio universale del Sudafrica. Con lui, l’ANC è diventato il principale partito del Paese e occupa tuttora una posizione di prima importanza nella vita politica sudafricana.



Nelson Mandela nel 1993 fu insignito del premio Nobel per la pace e nel 1999 si ritirò dalla vita politica dopo cinque anni di mandato, proprio per evitare che il movimento di liberazione nera fosse legato unicamente al suo nome, consentendo quindi un processo di democratizzazione del Paese anche negli anni successivi. Sebbene avesse abbandonato la vita politica, il suo impegno per le lotte civili, sociali e per i diritti umani continuò fino alla sua morte, avvenuta nella sua casa di Johannesburg nel dicembre 2013.


Articolo a cura di: Elisa Matta



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