“Ma questo innanzitutto credo, che l’amicizia non vi può essere se non tra i buoni”

“Sed hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse”

De Amicitia, 18


Ho sempre colorato i significati inizialmente vuoti delle parole con altrettante parole, pescate da rimasugli di esperienze vissute e concluse. La parola “Amicizia”, tuttavia, fino a qualche mese fa, si trovava a lato della lista, tanto usata e abusata da non riuscire a comprenderla nella sua fisionomia più pura. Non ero in grado di alleggerirla da quelle variabili indipendenti che stravolgono tutta l’equazione come la convenienza, il dolore, la noia, la contingenza, la paura, l’insicurezza, motori e allo stesso tempo freni delle relazioni interpersonali.



Fino a quando ho incontrato un’anima, così fragile da essere fortissima, che ha aggiunto il tassello al puzzle. Sì, sei proprio tu. Questa pagina è dedicata a te e alla forza dell’Amicizia e per questo viaggio mi servo di un maestro dell’antichità che attraverso le sue azioni ed i suoi scritti, ci presenta politica e filosofia, tecnica e sapere, come facce indissolubili di una stessa medaglia, l’amore, e ci dona gli strumenti per essere ottimi uomini e cives.


Cicerone, nei suoi ultimi capitoli di vita, scrive il De Amicitia, prodotto di grandi sofferenze dettate dalla morte della figlia e dalla dittatura instaurata da Cesare. In quel momento tutte le sue speranze erano diventate mute e decise di affidare alla scrittura ciò che non riusciva a cogliere nel presente.

Ecco che nasce un dialogo di carattere filosofico scritto nel 44 a.C. e ambientato nel 129 a.C., dedicato al suo migliore amico, Attico. Tramite una finzione letteraria, l’autore, affida a Lelio, legatissimo a Scipione Emiliano ed exemplum di vero amicus, il compito di porre le basi fondamentali affinché un rapporto possa definirsi di Amicizia. Il personaggio principale risponde alle domande di Scevola e Fannio ponendo l’amicizia come un bene superiore agli altri, in quanto essa stessa virtù ed attribuendole norme dal carattere pratico:

«La prima legge dell'amicizia è di chiedere agli amici cose oneste, e di fare per gli amici cose oneste».

Chi è in grado di esercitarla? I “viri boni”, coloro che hanno scelto di orientare il proprio comportamento al mos maiorum, quindi all’integrità morale, alla benevolenza, alla ricerca di giustizia. Solo i buoni, i virtuosi, possono stringere reali legami basati sulla fides, necessaria per la concordia ordinum, generatrice di ordine pubblico e benessere della collettività.


Oggi, come ieri e come domani, è complicato essere un amico e trovare un amico in modo puramente disinteressato: vita privata e lavorativa sono rette parallele che, a furia di avvicinarsi, finiscono per diventare coincidenti ed interdipendenti, se non si ha la lucidità necessaria per tenerle distinte e distanti. Occorre tanta forza e volontà, ma per Cicerone ne vale la pena: chi lotta per il bene otterrà il bene, prima o poi, perché nell’amicizia «ogni suo frutto è proprio nello stesso amore».


Egli ci aiuta a giungere alla conclusione per la quale non è possibile colmare un contenitore con l’aria e sentirsi soddisfatti, sono i fatti che contano. In questi anni pretendevo di riempire il significato di questa parola nel passato tramite parole, invece che cogliere il suo significante nel presente tramite gesti.



Ed ho iniziato ad intuirlo quando ho conosciuto una persona che si pre-occupava di me ancora prima che potessi farlo io: una ragazza che unisce i letti perché diminuisca la distanza fisica che ci separa, che mi minaccia quando non mi curo abbastanza, che mescola le sue lacrime alle mie perché il dolore vissuto in due è più sopportabile, che riascolta le mie paranoie decine e decine di volte come se fossero inedite, che condivide con me una coppa di gelato con le fragole nel marasma della vita, che assume posizioni scomode con il timore negli occhi di vedermi soffrire e la serenità nel cuore di una persona che predilige la sincerità alla facilità.

Perché l’amicizia si nutre con l’onestà e l’ammonizione, con l’acqua ed il fuoco, con la moltiplicazione dei successi e la divisione dei dispiaceri. E con tanto, tanto affetto. La sua eternità consiste nella necessità di essere annaffiata quotidianamente ed ora, grazie a te, tutto questo mi è tangibile.

Tra poco inizierai una nuova avventura ed io sarò felice di osservarti imboccare la tua strada, luminosa ed elegante come sei. Combatti la tua guerra con il dio Marte che ti accompagna, come il tuo nome ri-chiama, nel ruolo di protagonista (dal greco “primo combattente”) con le armi di quella bontà di cui parla Cicerone che io ho avuto la fortuna di cogliere nel tuo animo. Non potremo essere l’una accanto all’altra ma l’una per l’altra e l’una nell’altra sì, perché se è vero che “Chi guarda un vero amico, in realtà, è come se si guardasse in uno specchio”, è altrettanto vero che chi si guarda allo specchio, in realtà, è come se vedesse al di là di esso, riflesso, il vero amico. Ed io guardandoti sorridere, sorriderò.


Articolo a cura di: Emanuela Braghieri



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