Lockdown a San Junipero

Durante questi lenti e inesorabili lockdown ho provato sensazioni contrastanti che possono tranquillamente tradursi con i cambiamenti di umore che si susseguono nel mio animo ogni volta che guardo un episodio di Black Mirror.


Ho ribattezzato questa mia particolare condizione “Four Seasons”. Per chi non lo sapesse, quando ormai era chiaro che Trump avesse perso le elezioni presidenziali, il suo team legale indisse una conferenza stampa al Four Seasons che, inizialmente, si pensava fosse uno dei soliti hotel extra lusso. Non era così: Four Seasons in realtà era un negozio di fiori, fra le onoranze funebri e un sexy shop. Penso che ognuno di noi si sia in qualche modo sentito come quei giornalisti: quella che si prospettava essere una breve vacanza da vivere a suon di serie tv e dolci fatti in casa, si è presto trasformata in un parcheggio deprimente, fra le onoranze funebri e un sexy shop… nel migliore dei casi.


In uno di quei giorni particolarmente noiosi ho deciso di rivedere due episodi di Black Mirror, e uno di questi era San Junipero. Non mentirò, il mio primo pensiero è andato ai poveri sfortunati che idealmente avrebbero rivissuto il 2020. Poi, però, mi sono chiesta una cosa: se avessimo potuto scappare dalla realtà in un periodo come questo, l’avremmo fatto o saremmo rimasti coraggiosamente aggrappati a uno stoicismo postmoderno secondo cui l’autentico vince sempre?


La storia è quella di due giovani donne, Kelly e Yorkie, che si incontrano in uno dei locali notturni della misteriosa località marittima di San Junipero. Sin da subito il rapporto che si instaura fra le due è ambiguo, tanto da sfociare in una relazione amorosa che travolge le loro vite, in ogni modo possibile. San Junipero, infatti, non è una cittadina concreta, bensì una realtà simulata in cui vengono caricate le coscienze delle persone decedute per permettere loro di vivere una vita alternativa eterna, nell’epoca che preferiscono, col corpo della loro giovinezza. A questa realtà possono accedere come ospiti temporanei anche le coscienze di anziani malati terminali, ed è il caso delle due protagoniste. Per Yorkie che è tetraplegica dall’età di ventuno anni, San Junipero è una seconda occasione di vivere la vita che non ha mai potuto avere a causa dell’impossibilità fisica. Kelly, invece, ha avuto un’esistenza intensa, piena di affetti e adesso, ormai afflitta da un male incurabile, ha deciso di passare il tempo che le resta divertendosi per poi ricongiungersi al marito e alla figlia già defunti.


L’incontro fra le due dà speranza alla prima ma pone l’altra in un complesso dissidio interiore, divisa com’è fra la certezza di una vita eterna al fianco di Yorkie, e un possibile quanto incerto ricongiungimento con la sua famiglia, semmai esista una vita dopo la morte. Surrogato di un’ipotetica esistenza post mortem, San Junipero rappresenta per coloro che decidono di restarci una sorta di paradiso sulla terra, che li protegge da un futuro nebuloso, privo di certezze e che, proprio per la sua caratteristica intrinseca di ignoto, fa paura. Alla fine, le due protagoniste scelgono la realtà simulata e scappano così dall’ancestrale paura dell’ignoto, della morte.

Nulla è certo nella vita, ma sono abbastanza sicura che se una tecnologia simile fosse esistita nel 2020, in molti l’avrebbero usata. E probabilmente le cinque ore settimanali non sarebbero state abbastanza.


Il secondo episodio che ho visto è stato Hang the Dj, in cui assistiamo a una fuga inversa: i due protagonisti, Frank ed Emy, percepiscono il mondo in cui vivono come mendace, artificioso. Si rendono conto che c’è qualcosa di sbagliato e questa convinzione diventa inequivocabile quando il sistema che avrebbe dovuto abbinarli al partner perfetto fallisce, condannandoli ad un futuro miserabile, lontani dalla persona che amano. I giovani amanti decidono quindi di fuggire e nell’epilogo lo spettatore scopre che l’intera vicenda ha avuto luogo all’interno di un’applicazione di incontri il cui scopo è, per l’appunto, quello di creare coppie con un’alta percentuale di affinità; i due giovani non erano altro che proiezioni dei reali Frank ed Emy che, a seguito del trionfo amoroso dei propri avatar, si incontrano in un pub. Quello che a primo impatto appare come un lieto fine, potrebbe non esserlo davvero se guardato dal punto di vista dei due avatar, che avevano avuto ragione d’esistere soltanto in funzione del match perfetto di due persone di cui avevano assimilato - senza saperlo - le caratteristiche più intime. Assolto il compito, non erano più necessari. Un lieto fine piuttosto penoso per tutte le copie inconsapevoli di esserlo, che assistevano al proprio dissolversi nella più totale indifferenza.


Alla fine della serata ho chiuso Netflix e sono andata a dormire con una consapevolezza: ogni tipo di esistenza, a prescindere dal mondo di appartenenza, è destinata ad un recondito desiderio di fuga. Lockdown o meno.


Articolo a cura di: Concetta Pia Garofalo



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