Lo straordinario romanzo d’esordio di Ocean Vuong

Ocean Vuong è un giovane scrittore vietnamita naturalizzato statunitense, già noto per la sua raccolta di poesie “Cielo notturno con fori d’uscita”.


“Brevemente risplendiamo sulla terra” è il suo primo romanzo, pubblicato in Italia nel 2020 da “La nave di Teseo” e tradotto da Claudia Durastanti.


Non è facile definire questo libro, racchiuderlo in una categoria, e proprio in questo risiede il suo fascino.



La prima particolarità consiste nell’uso della lingua, curatissima, molto lirica e ricca di metafore, tanto da sembrare in più punti un testo poetico piuttosto che uno in prosa. Le immagini e i paragoni suggeriti da Vuong sono spesso complessi e richiedono tempo per essere elaborati, caratteristica che non lo rende un libro particolarmente scorrevole.


Il romanzo inoltre non ha una struttura lineare, e a tratti lo stile ricorda quello del flusso di coscienza. Essendo composto da un’unica, lunghissima lettera, si potrebbe definirlo un romanzo epistolare. Tuttavia, nonostante la lettera di Little Dog, il protagonista, sia indirizzata a sua madre; lui sa benissimo che lei non la leggerà mai, perché non conosce l’inglese, e a dire il vero non conosce nemmeno la sua lingua madre, il vietnamita, perché ha lasciato la scuola a soli cinque anni.


La lettera diventa quindi un espediente: Little Dog parla più che altro a sé stesso, esorcizza con la scrittura tutto il dolore che ha provato. La sua storia infatti (che in gran parte coincide con quella dello stesso Vuong, rendendo il libro un’opera di autofiction) è soprattutto una storia di dolore, esclusione, discriminazione.



La discriminazione sul lavoro innanzitutto: lavori pagati poco, in nero, senza assicurazione, senza garanzie; lavori come quello della madre in un centro estetico, che Vuong narra con precisione e lucidità.


«Nel giro di un paio di anni un nuovo immigrato scopre che il centro estetico, alla fine, è il posto in cui i sogni diventano la consapevolezza calcificata di cosa significa svegliarsi con ossa americane, ossa indolenzite, tossiche e sottopagate».


Anche Little Dog comincia a lavorare a soli quattordici anni in una piantagione di tabacco, di nascosto dalla madre, e per arrivare in orario è costretto ad alzarsi tutti i giorni alle cinque del mattino e a fare tredici chilometri in bicicletta.


Un altro tema fondamentale è la discriminazione per il colore della pelle, l’etnia che diventa una condanna.



«“Ricordati” dicevi ogni mattina prima di avviarti nell’aria fredda del Connecticut, “non attirare l’attenzione degli altri su di te. Già sei vietnamita”».


A queste si somma la discriminazione per il proprio orientamento sessuale, che nemmeno la madre capisce.


«“Dimmi una cosa”, mi hai chiesto raddrizzandoti con lo sguardo preoccupato, “quand’è cominciato tutto? Ho partorito un bambino sano e normale. Lo so per certo. Allora quando?”»



L’odio e la paura per il diverso sono così presenti da essere interiorizzati persino da chi è diverso a sua volta e non lo accetta, come Trevor, il ragazzo di Little Dog, innamorato eppure terrorizzato da quell’amore, tanto da cercare di convincersi che lui non sarà così per sempre.


«“Pensi che sarai veramente gay per sempre? Cioè… io credo che… io credo che tra un paio d’anni sarò a posto, sai?”»


Little Dog dunque è un escluso, in ogni ambito della sua vita, e nemmeno a casa è realmente al sicuro. Sua madre, grande figura femminile del romanzo insieme alla nonna, lo ama con straziante tenerezza e tenta di proteggerlo dalle malvagità del mondo, eppure non può dimenticare le atrocità della guerra del Vietnam e soffre di un disturbo da stress post traumatico, alternando gesti affettuosi a violenti scoppi d’ira.


Ocean Vuong riesce a tratteggiare con delicatezza questo rapporto fra madre e figlio, tanto forte quanto ambivalente e contrastato, e sa restituirlo con veridicità, in un romanzo poetico e intenso.


Articolo a cura di: Maria Luisa Da Rold


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