Lilla, lavanda e altre sfumature di viola

Fin dagli albori, il femminismo ha visto la partecipazione dei soggetti più disparati. In Europa tra la fine dell’Ottocento e inizio Novecento troviamo una corrente proletaria opposta al cosiddetto femminismo liberale. Negli Stati Uniti, invece, l’accesso alla lotta femminista presenta fattori di esclusività. Negli anni Settanta gli altri personaggi fanno il loro ingresso nel palcoscenico della storia come protagonisti: non solo le lavoratrici, ma anche le donne nere.



Le prime mobilitazioni per i diritti delle donne negli Stati Uniti affiorano verso la fine della prima metà dell’Ottocento quando, nel 1848, si tiene il primo convegno sui diritti femminili di Seneca Falls, al termine del quale viene pubblicata la “Declaration of Sentiments”. Firmata da 68 donne e 32 uomini, ripropone anche la dichiarazione d’indipendenza, è composto da dieci articoli: per richiedere il diritto di voto e quelli civili come proprietà, l’accesso all’istruzione superiori e nelle professioni. In seguito si terranno convegni ogni anno: nel 1860 nello Stato di New York si otterrà la possibilità di ereditare le proprietà del marito.


Queste piccole vittorie riguardano solo una fetta della popolazione femminile: le suffragiste di questa prima fase valutano come oppressioni soltanto il matrimonio e l’esclusione dalla vita professionale; sono tutte donne bianche e appartenenti alle classi più agiate. Quando, al termine della guerra civile, viene approvato il quindicesimo emendamento della Costituzione che concede il suffragio agli uomini neri, escludendo nuovamente le donne bianche, si creano due diverse associazioni che si fonderanno nella National American Woman Suffrage Association. Come denuncia Angela Davis, le donne bianche che vi appartenevano, avevano negato l’accesso alle donne nere sperando, così facendo, di ottenere adesioni da parte delle donne bianche degli Stati del Sud.


Notiamo immediatamente una netta differenziazione della lotta per i diritti femminili, da cui le donne nere (spesso anche le lavoratrici bianche) sono escluse. Sono proprio le donne nere, però, che subiscono la massima oppressione a causa della loro condizione data dall’essere donne, dal colore della propria pelle e dall’appartenenza alla classe lavoratrice. Soltanto negli anni Settanta e Ottanta, si inizia realmente a respirare l’aria di un femminismo nuovo. Non soltanto Angela Davis, che fra le prime ha scardinato il falso mito del matriarcato nero e ha denunciato il retaggio della schiavitù conservato nella concezione della donna nera, ma anche molte altre hanno contribuito ad ampliare il pensiero stesso in cui l’essere nere e donne si intrinsecano.



È davvero femminismo se esclude una parte così ampia di popolazione coinvolta? Molti si sono interrogati su questa faccenda; a fornire una risposta chiara e limpida è stata Alice Walker la quale, nella sua opera “Alle ricerca dei giardini delle nostre madri” del 1983, conia il termine womanismo facendolo derivare al vocabolo “womanish” con cui, nel folclore nero, le madri differenziano le donne adulte dalle ragazze più frivole, irresponsabili, indicate con la parola “girlish”. Sottolinea, così, la necessità di “prendere sul serio” le womanist. Nella stessa opera l’autrice spiega che “il womanismo sta al femminismo come il viola sta alla lavanda”. Con questa affermazione la Walker mostra visivamente come il femminismo sia una versione più pallida e sbiadita del womanismo il quale, oltre a sostenere i valori femministi, prende in analisi anche la condizione socioculturale dei soggetti coinvolti, a partire dalla classe e dal colore della pelle.


Spesso il womanismo di Walker viene, però, confuso con l’intersezionalità, termine che verrà utilizzato per la prima volta solo nel 1989 da Kimberlé Crenshaw. La differenza sostanziale fra le due attitudini risiede nel peso che la condizione socioculturale assume nella lotta femminista: se nello womanismo tale condizione è una lente attraverso la quale analizzare l’essere donna, l’intersezionalità vede in essa un elemento proprio del suo essere donna.


Nel primo caso la lotta femminista si propone a prescindere dalle condizioni socioculturali: è la medesima per tutti gli individui e sostiene la promozione dell’uguaglianza di genere, la sessualità libera, il rifiuto del razzismo e delle divisioni di classe. Nel secondo caso, invece, nell’esperienza interiezionale, l’essere donna non può prescindere dall’essere anche nera, ad esempio.


La creazione di un femminismo più ampio e inclusivo, però, non rende i soggetti coinvolti uguali fra loro: personalità come Audre Lorde e bell hooks incoraggiano le donne a riconoscere le differenze e ad accettarle. Ciò, però, le pose in continuo scontro con quella componente di femministe nere convinte dell’incapacità delle bianche di allontanarsi dai retaggi colonialisti e schiavisti.


A ben vedere, questo è lo stesso pregiudizio in cui cadono molte femministe che escludono gli uomini dalla lotta femminista: bell hooks, invece, anche in questo caso è convinta della necessità del coinvolgimento maschile. Idee e convinzioni nascono talvolta per essere confutate (lo stesso termine womanismo fu considerato troppo eurocentrico da Clenora Hudson-Weems che gli preferì l’“Africana womanism”), ma il contributo che queste intellettuali hanno apportato nell’approccio al femminismo nero resta alla base di ogni confronto.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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