Le passeggiate spaziali: dove lo sguardo punta l’infinito

Parlare di passeggiate durante questo periodo di profondi mutamenti nel nostro modo di vivere il proprio tempo libero è doloroso, bisogna ammetterlo, ma ciononostante credo diventi importante parlarne specialmente quando a camminare è la fantasia di chi sa vedere oltre, di chi sente il bisogno di puntare lo sguardo fisso verso le stelle. È proprio lì, più in alto delle luci dei lampioni in strada, delle nuvole dalle forme più stravaganti che a 408 km di distanza dalla Terra, donne e uomini della ISS (Stazione Spaziale Internazionale) possono fregiarsi di aver provato l’inebriante sensazione di aver camminato nello spazio. Alcuni degli astronauti che vivono e hanno vissuto per un periodo nella stazione spaziale orbitante intorno al nostro pianeta, hanno svolto delle attività che nel gergo tecnico prendono il nome di EVA, ovvero Extra- Vehicular Activity (in italiano “attività extra veicolari”). Di fatto, ogni volta che un astronauta lascia un veicolo mentre si trova nello spazio per svolgere una certa tipologia di incarico, si parla appunto di passeggiata nello spazio.



La prima persona a fare una passeggiata nello spazio è stata Alexei Leonov, astronauta russo che effettuò la sua attività extra-veicolare il 18 marzo 1965, durata all’incirca 10 brevi, ma intensi minuti. Oggi, gli astronauti che fanno passeggiate nello spazio fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale effettuano attività che durano tra le cinque e le otto ore, a seconda del lavoro.


Secondo i dati della NASA (National Aeronautics and Space Administration), il record mondiale per il maggior numero di passeggiate spaziali è detenuto

dall'astronauta russo Anatoly Solovyev, il quale ha compiuto 16 passeggiate spaziali che equivalgono a più di 82 ore nello spazio.


Vediamo adesso i motivi che hanno spinto e che spingono tutt’oggi gli astronauti ad indossare quella gigante tuta ingombrante e lasciare i sicuri moduli da cui è costituita la stazione spaziale per fluttuare nello spazio. In primo luogo, le passeggiate spaziali consentono loro di lavorare fuori dalla stazione; gli astronauti possono fare esperimenti scientifici durante una passeggiata nello spazio e molti di questi esperimenti vengono appunto effettuati all'esterno del veicolo, ciò consente loro di apprendere come, il vivere nello spazio, influisce su diversi fenomeni per cui esperimenti sulla Terra non potrebbero avere luogo o che porterebbero a risultati dagli esiti inauspicati. Le passeggiate spaziali consentono anche agli astronauti di testare nuove apparecchiature, inoltre, possono riparare satelliti o gli stessi veicoli spaziali.



Quando gli astronauti svolgono una EVA, indossano tute spaziali per tenersi al sicuro. All'interno delle tute, i cosmonauti hanno l'ossigeno per respirare e l'acqua di cui hanno bisogno per bere e inoltre, indossano le loro tute spaziali diverse ore prima di una attività nello spazio. Questo step è fondamentale in quanto respirare per alcune ore solo ossigeno elimina tutto l'azoto nel corpo e infatti, se non si sbarazzassero dell'azoto, gli astronauti potrebbero avere bolle di gas nel loro corpo quando camminano nello spazio. Queste bolle di gas possono indurli a sentire dolore alle spalle, ai gomiti, ai polsi e alle ginocchia, sensazioni simili a quelle che provano i subacquei quando si addentrano in profondità nei fondali.


Durante la fase di uscita, attraversano una porta speciale chiamata camera di equilibrio. La camera di equilibrio è a tenuta d'aria che quindi non può fuoriuscire ed è costituita da due porte; una volta attraversata la prima, viene poi chiusa a chiave dietro di loro, questo permette di aprire la seconda porta senza che l'aria esca.

Durante una passeggiata spaziale, gli astronauti usano delle corde di sicurezza cui un'estremità è agganciata alla tuta del cosmonauta (spacewalker in inglese) e l'altra è collegata al veicolo. Le corde di sicurezza impediscono loro di fluttuare nello spazio.


Purtroppo, può accadere che non tutto vada liscio, come è capitato all’astronauta nonché nostro connazionale Luca Parmitano, il quale il 16 luglio 2013 durante la sua seconda EVA, dopo 45 minuti dall'uscita, il suo casco iniziò a riempirsi d'acqua, 1,5 litri di liquido che in breve gli bloccarono vista e udito, rendendo impossibili le comunicazioni radio.


Fortunatamente Luca si trovava già vicino al rientro e, assistito da Christopher Cassidy (astronauta statunitense che faceva parte dell’equipaggio durante la missione) riuscirono ad accelerare le procedure di rientro. Ad oggi si suppone che la perdita sia stata probabilmente causata da problemi a una pompa del sistema di raffreddamento della tuta che, per ovvie ragioni, è stata rimossa e prontamente sostituita con un modello successivo.


I rischi che si corrono sono tanti, è vero, e anni di addestramento in giro per il mondo servono proprio a scongiurare simili catastrofi; questo, le donne e gli uomini delle stelle lo sanno bene. A confronto, l’inenarrabile bellezza di uno sguardo libero che punta l’infinito non ha eguali.


Articolo a cura di: Luigi Chianese



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