Le mille anime del Pd

La crisi d’identità della sinistra in Italia passa attraverso quella del suo maggior partito, disorientato fra la ricerca di consenso e le lotte politiche interne.


Crisi, scissione, dimissioni. Sono queste le parole più associate al Partito Democratico nella sua ancora breve vita, soprattutto durante quest’ultimo anno. Un partito che da faro della sinistra italiana nella Seconda Repubblica si è trasformato nell’emblema del disaccordo, delle lotte intestine e dell’incertezza, lasciando una platea di elettori e di militanti insoddisfatti, il Pd è da anni teatro di trame politiche che ben poco hanno da invidiare a serie TV come House of Cards.



Un castello di carte sembra effettivamente un’immagine molto coerente con quella che il partito si è costruito negli anni: una struttura incerta, traballante, che ha bisogno di grande cautela per essere maneggiata, contrapposta a quella dei due partiti di destra più popolari, ovvero la Lega e Fratelli d’Italia, nei quali l’autorità e la presenza del leader prevengono squilibri interni che rischierebbero altrimenti di rendere pericolosamente instabile la struttura stessa del partito. Insomma, l’organizzazione ideologica della destra, fondata sulle gerarchie, si riflette anche nell’organizzazione interna ai partiti; al contrario, nei partiti di sinistra la tendenza alla “orizzontalità” rende più fragile la posizione del segretario e la sua messa in discussione, cosa che si è resa evidente a partire dalla dissoluzione del Partito Comunista Italiano: dal 1991 al 2021 il principale partito di riferimento della sinistra italiana è mutato in ogni forma, cambiando simbolo e nome per quattro volte e cambiando ben tredici segretari in appena trent’anni. Dal lato opposto delle barricate parlamentari si trova invece un partito che dal 1994 ha assunto un’immagine stabile sotto la guida di una sola persona, cambiando nome una sola volta per qualche anno per poi tornare sui propri passi, ossia Forza Italia. Chiedersi a questo punto quale partito abbia influenzato per primo le scelte opposte dell’altro è un po’ come chiedersi se venga prima l’uovo o la gallina.


Tale tendenza a mutare forma è riscontrabile anche nelle posizioni politiche del partito, accusato da più fronti di essersi allontanato dai valori fondanti della sinistra, arrivando a concludere accordi di governo controversi e rinunciando a lottare per tali valori, fra cui lo ius soli e la patrimoniale. Proprio per questo motivo il Pd conta al suo interno numerose scissioni: Alleanza per l’Italia, Possibile, Sinistra Italiana, Articolo uno, arrivando poi ai più recenti Italia viva e Azione. Sembra verificarsi una tendenza progressiva all’emancipazione man mano che si va a sinistra dello spettro politico, trovando nelle posizioni più estreme una quantità incalcolabile di micro-partiti che si definiscono, in varie misure e gradi, comunisti.



Più volte l’anima frammentata dal Pd si è rivelata ingestibile per i vertici del partito: Pierluigi Bersani nel 2013 rassegnò le dimissioni proprio a causa di alcuni senatori che avevano disobbedito alla linea promossa dal partito durante le elezioni per il presidente della repubblica, che terminarono con un nulla di fatto e con la rielezione provvisoria di Giorgio Napolitano; allo stesso modo, pur con circostanze profondamente diverse, Nicola Zingaretti ha abbandonato la guida del partito il 4 marzo con le seguenti parole: “[…]Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie. […]Abbiamo salvato il Pd e ora ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà[…].Non è bastato.[…]Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni.”


A Zingaretti è quindi subentrato Enrico Letta, già presidente del consiglio fra il 2013 e il 2014. Resta ancora da vedere se deciderà di proseguire con la linea moderata (anche troppo, per alcuni) del suo predecessore o se si spingerà verso la ricerca del riscontro mediatico e della visibilità. La presa di posizione riguardo l’elezione della prossima capogruppo alla camera potrebbe già lasciar presagire un cambio di direzione verso una maggiore attenzione alle tematiche sociali e di genere, specialmente in un partito che annovera zero ministri donne nel neonato governo Draghi.


Articolo a cura di: Elisa Matta



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