Le due Italie

La piaga economica di un Sud dimenticato che… scommette sul Terzo settore.



I problemi economici che, attualmente, si riscontrano al Sud sono molto simili a quelli già studiati a partire dall’800 e si sono, almeno in parte, aggravati con la recente crisi economica che ha investito tutto il paese. Le regioni del Sud continuano ad avere un Pil pro-capite decisamente inferiore a quello delle regioni del Centro-Nord (addirittura inferiore del 45,8% del 2018).


A darci una stima dell’attuale scenario è il rapporto di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che disegna un quadro poco edificante. Svimez ha stimato che nell’anno 2020-21 andranno persi almeno 380mila posti di lavoro, una cifra altissima aggravata dalla recessione generale in atto.


Se la crisi del 2008 fu selettiva, colpendo principalmente manifatturiero e costruzioni, la crisi innescata dal Covid-19 ha colpito anche il comparto dei Servizi, determinando un pesante shock all’economia e al mercato del lavoro.


All’inizio della pandemia chi ha dovuto pagare il prezzo più elevato della crisi sono stati senza dubbio imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti e partita Iva i quali accusano più degli altri una situazione complessa dovuta al prolungarsi delle restrizioni messe in atto ma, a rendere ancor più preoccupante questo scenario, sarà il venir meno del divieto di licenziamenti per i lavoratori autonomi.


E, come volevasi dimostrare, il “covid-19 batte la crisi del 2008”.

Citando testualmente la stima Svimez: il calo dell’occupazione dovrebbe attestarsi:

  • Intorno al 3,5% nel Centro-Nord (circa 600mila occupati)

  • Intorno al 6% nel Mezzogiorno (circa 380mila occupati)


La gravità di questo scenario sembra attenuarsi, almeno in parte, grazie al consistente sostegno pubblico, a quei tanto attesi 21 mld di euro per il Sud. La Svimez sottolinea l’importanza del Reddito di cittadinanza durante l’emergenza sanitaria, esso ha contribuito a fornire un reddito minimo garantito riducendo significativamente la platea degli esclusi e i marginali. Ma va sottolineato che tale misura non ha accresciuto la partecipazione al mercato del lavoro.


Oltre a questa forma di ammortizzatore sociale, il reddito delle famiglie è stato sostenuto da altre misure a supporto come il Reddito di emergenza. I beneficiari di tale misura, secondo una stima di Bankitalia, sono concentrati al sud e nelle isole e si mostra come, nonostante il recupero estivo, in queste regioni la perdita di reddito sia rimasta superiore al 50% rispetto alle famiglie del Nord.


Alla luce di questo scenario “drammatico”, il Paese ha potuto contare, anche e soprattutto, sui volontari, sulle associazioni, sulle cooperazioni sociali.


L’economia sociale è ormai un Settore produttivo con cui fare i conti! Da sostenere e valorizzare in questa fase di ripresa dell’economia italiana.


Non meravigli questa affermazione così forte da parte di chi da molti anni è convinto che il modello di sviluppo centrato sull’idea che prima venga la crescita economica in senso stretto e poi, se ci saranno risorse sufficienti, si potrà pensare a promuovere iniziative sociali, è un modello che fa acqua da tutte le parti. Non è possibile pensare lo sviluppo, se di questo si ha un’idea meno angusta di quella che guarda alle sole forze materiali e al solo consumo di merci, senza considerare il ruolo importante dei fattori sociali, della coesione sociale, delle relazioni tra le persone e delle istituzioni sociali e culturali (qualcuno direbbe civili) di un territorio. Competizione, cooperazione e collaborazione devono alimentare circolarità positive tra Stato, Mercato e Terzo Settore che la fase storica, per certi versi drammatica, che stiamo vivendo rende ancor più necessarie.


Per questo è giusto che nell’esame degli effetti della spaventosa pandemia con la quale abbiamo dovuto convivere negli ultimi mesi si dedichi un’attenzione particolare anche al Settore dell’economia sociale, e anche da parte di un centro studi come SRM che alle vicende strettamente economiche del Mezzogiorno, e dell’Italia tutta, dedica particolare attenzione. Si tratta infatti, come chiariscono i dati statistici raccolti, da un po’ di anni con più sistematicità da Istat e altre istituzioni, di ambiti di produzione di servizi di cura e coesione sociale che danno occupazione, distribuiscono salari e redditi agli attori che concorrono alla produzione di beni e servizi e che realizzano un reinserimento intelligente (ed e efficiente) di soggetti che, per varie ragione, partono da posizioni di svantaggio nel mercato del lavoro, rendendole attive e produttive.


A fronte dell’emergenza Covid-19, il Terzo Settore non ha rappresentato solo la faccia della solidarietà degli italiani. È stato innovazione, capacità di rispondere ai bisogni nuovi, creatività.


In definitiva, dall’amara esperienza innescata dal Covid-19 ci sono delle lezioni di cui dovremmo far tesoro in termini di gestione delle emergenze, che vanno dalle pandemie ai disastri ambientali ai crack finanziari ai disastri ambientali alle pandemie.


In quest’ottica, il «Terzo Settore» è destinato ad assurgere a tutti gli effetti a ‘terza gamba’ dell'economia dando al concetto di sussidiarietà la dinamicità di una forza aggregante che metta insieme imprese for profit, imprese non profit e pubblica amministrazione per definire comuni linee di intervento.


Articolo a cura di: Miriana Longo



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