Le contraddizioni dello smart working

Se avessi parlato di DAD, o Smart Working a gennaio 2020, forse pochi ne avrebbero compreso il significato. E invece, un po’ per fortuna un po’ per sfortuna, ora sappiamo tutti benissimo cosa voglia dire studiare e lavorare da casa.



Lo smart working è stato di sicuro una scoperta, specialmente nel primo lungo lockdown. Per molti, il lavoro da casa è stato inizialmente piacevole e non si può negare che vi siano molti vantaggi in questa modalità di lavoro:

  • la comodità di gestire i propri tempi, i propri spazi, di poter lavorare sul divano o sulla poltrona, magari anche in pigiama, con una tazza di caffè a fianco;

  • il digitale elimina le difficoltà legate allo spostamento, ai trasporti (sempre in ritardo e affollati);

  • lo smart working ha permesso a moltissimi – anche grazie al tempo risparmiato – di passare più tempo di qualità con i propri cari.



Sicuramente tutti questi sono lati positivi da non dimenticare, ma se è vero che il lavoro da casa ha permesso a molti di risparmiare tempo e dedicarsi maggiormente alla propria famiglia, non si può certo negare che lo smart working abbia portato con sé diverse criticità:

  • Passare più tempo a casa, specialmente da genitore, significa svolgere un doppio lavoro tutti i giorni. Significa una duplicazione dei ruoli e la situazione può diventare – con il sommarsi delle responsabilità – molto stressante;

  • molti studi nati di recente, proprio rispetto alla nuova esperienza di smart working prolungato, provano che quest’ultimo possa alla lunga inibire le capacità relazionali ed empatiche;

  • come per la somma e, infine, indistinguibilità del doppio ruolo genitore/lavoratore, allo stesso modo il lavoro da casa può rendere difficile tracciare il confine fra il luogo del lavoro e quello del relax, portando a una polarizzazione: da una parte il lavoratore può spingersi oltre i propri limiti, lavorando troppe ore o con troppa intensità (a causa della mancanza di una routine scandita dai normali tempi dell’ufficio) o dall’altra parte è facile che in luoghi familiari l’individuo sperimenti problemi di concentrazione;

  • le problematiche domestiche, unite alla situazione globale di rischio e incertezza, possono aumentare – e secondo le statistiche lo hanno fatto – la tendenza a sviluppare malattie e disagi mentali. Sia quelli legati più strettamente alla sfera lavorativa, come il burnout, che altre patologie correlate all’isolamento e lo stress, quali i disturbi generalizzati d’ansia e la depressione;

  • la pandemia insieme alla rivoluzione dello smart working rappresentano grandi cambiamenti per un individuo. Situazioni di stress, ansia, difficoltà lavorative o domestiche, e la generale sedentarietà dovute al lockdown, hanno portato molti a cambiare le proprie abitudini alimentari e di mobilità. Ciò ha avuto come risultato che molti si trovano ora a dover fare i conti con un corpo diverso da com’era qualche mese fa. è facile che alcuni si sentano estranei al proprio corpo e che provino vergogna a mostrarlo in seguito all’allentamento delle restrizioni;

  • Il problema nel ritorno alla normalità non sta solo nell’eventuale cambiamento di costituzione fisica, ma anche in cambiamenti psicologici e sociali. Cioè, in seguito ad una situazione prolungata di vita sedentaria, di comfort e abitudine, può risultare difficile tornare fin da subito a relazionarsi con sconosciuti, a vivere la vita di folla e a fare nuove esperienze;

  • digital divide: internet, strumento definito democratico per eccellenza, in cui ognuno è consumatore quanto produttore di prodotti culturali, non è proprio per tutti come pare. Specialmente nel momento in cui gli strumenti tecnologici diventano indispensabili per svolgere il proprio lavoro, questi possono diventare un ulteriore oggetto di separazione, divisione ed elitismo in una società in cui è già difficile – se non utopistico – raggiungere l’uguaglianza.



Insomma, secondo una mia analisi, i benefici del lavoro da casa, con l’isolamento a questo connesso, non superano i costi dello stesso. Ritengo possa essere un importante passo avanti per la nostra società, anche alla fine di questa emergenza, mantenere la possibilità di svolgere un lavoro da casa, o magari uno smart working part-time. Ma, di nuovo, questa dovrebbe essere solo un’opzione che il lavoratore abbia la possibilità di scegliere o meno.

In ultimo, penso che sia essenziale, non solo in questo caso ma alla luce delle conseguenze evidenziate, fornire ai lavoratori una formazione digitale e garantire supporto psicologico gratuito.

Abbiamo sempre categorizzato il dolore, è ora di capire che non tutto può essere messo su una scala gerarchica: la salute mentale è invisibile, ma invalidante tanto quanto quella fisica.


Articolo a cura di: Arianna Roetta



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