La voce della Colombia

Dal 28 di aprile la Colombia è scossa da violente proteste, che dopo più di un mese non accennano a diminuire in intensità e frequenza, nonostante la violenta repressione della polizia guidata dal governo di Ivàn Duque.


Proteste a Bogotà il 28 maggio (fonte: laorejarojaus su instagram)

Da decenni ormai la Colombia vive una situazione di instabilità politica e di numerosi conflitti armati, che hanno portato dal 1958 a oggi alla morte di più di 260mila persone e, stando ai dati della commissione nazionale per i desaparecidos, ancora più di 40mila persone rimangono disperse. Questo conflitto, che continua a lacerare il paese e che solo nel 2016 sembreva avere raggiunto un punto di svolta con una tregua incerta e di breve durata, ha lasciato delle ferite profonde sulla Colombia e sui suoi cittadini: il paese è il più diseguale di tutta l’America Latina, con il 10% più ricco della popolazione che guadagna il quadruplo del 40% più povero. Il conflitto ha interessato specialmente le regioni più povere della nazione, nelle quali arrivano a mancare anche diritti fondamentali come la salute pubblica e l’istruzione: nella città di Cali, che con 2,5 milioni di abitanti è la terza città più popolosa della Colombia, un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, così come l’80% della comunità afro-colombiana, che costituisce un quarto della popolazione del paese.


Ma qual è il motivo che ha portato a questa più recente escalation di proteste? Il presidente Duque ha proposto un piano di revisione fiscale con l’obiettivo di risollevare l’economia colombiana, messa a dura prova dalla pandemia di covid-19. La proposta prevedeva un sostanziale aumento delle tasse su numerosi beni essenziali, il che ha portato numerosi colombiani, che già versavano in condizioni di difficoltà economica, a scendere in piazza per manifestare. Il governo ha ritirato la proposta, ma le proteste non si sono calmate: i manifestanti continuano a chiedere maggiori tutele a livello economico e sociale, ma soprattutto a denunciare i costanti abusi da parte della polizia: al 27 maggio, dopo un mese di proteste, almeno 46 civili hanno perso la vita durante gli scontri con le forze dell’ordine, che vengono accusate da parte della ong Human Rights Watch di avere agito senza rispetto per i diritti umani dei manifestanti.


Proprio la città di Cali è diventata l’epicentro delle proteste che stanno scuotendo il paese e che non hanno intenzione di arrestarsi: la città ha pagato il prezzo più alto in termini di vittime, ma come spesso accade, chi vive in situazioni di estrema povertà non ha nulla da perdere. Perciò le dimostrazioni continuano, con una grande partecipazione della comunità indigena di Cali e della Colombia intera, che da decenni soffre situazioni di abusi e di marginalizzazione e per cui la violenza da parte della polizia non è una novità, ma una parte della vita quotidiana. Numerosi leader politici indigeni sono stati assassinati, nella maggior parte dei casi senza che i colpevoli fossero rintracciati.


“Loro hanno armi da fuoco, noi abbiamo il fuoco nell’anima!” (fonte: laorejarojaus su instagram)

A oggi sembra difficile vedere una fine a queste proteste: è probabile che finché il governo continuerà a fare uso delle forze di polizia contro i manifestanti, il conflitto non cesserà e migliaia di colombiani continueranno a occupare le piazze, chiedendo che venga messa la parola fine a una storia pluridecennale di violenze e di disuguaglianza. Sono soprattutto le categorie più vulnerabili a mettere a rischio persino la propria vita pur di far sentire la propria voce: indigeni, neri, giovani, emarginati di ogni genere, che chiedono un repentino cambio di passo per vivere in una Colombia pacifica.


Articolo a cura di: Elisa Matta



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