“La violenza di genere: un nuovo possibile eurocrimine”

Secondo un’indagine del 2012 redatta dalla FRA, l’Agenzia Europea dei Diritti Fondamentali, il 33% delle donne nell’Unione Europea ha subito violenza fisica e/o sessuale dopo i 15 anni, mentre il 43% ha subito una forma di violenza psicologica da parte del proprio partner, attuale o precedente.



L’indagine della FRA aveva lo scopo di analizzare il fenomeno della “violenza di genere”, un termine ombrello che ricomprende “ogni atto di violenza fondato sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata” (citazione dalla Dichiarazione sull’eliminazione della violenze contro le donne, Assemblea generale della Nazioni Unite, 1993). Questo tipo di violenza, che trova radici nell’ideologia culturale di stampo patriarcale, si verifica ovunque, in ogni parte del mondo, e la sua conseguenza più tragica e fatale è il femminicidio, un altro fenomeno che nell’Unione Europea raggiunge dei numeri terribilmente allarmanti (nel 2019, secondo Eurostat, ne sono avvenuti 1.421, una media di un femminicidio ogni sei ore). Per questa ragione, Ursula von der Leyen ha di recente espresso la sua volontà di aggiungere questa tipologia di violenza tra i cosiddetti eurocrimini, le fattispecie di reato ricomprese nell’art.83 del TFUE.


L’appello della von der Leyen è stato raccolto dal Parlamento Europeo, che il 16 settembre scorso ha votato e adottato una risoluzione che potrà rendere possibile questa inclusione. L’atto è stato approvato con 427 voti favorevoli, 119 contrari e 140 astensioni e il suo obiettivo, oltre al riconoscimento della violenza di genere come “eurocrimine”, è quello di creare delle politiche comuni mirate per affrontare tutte le forme di violenza e discriminazione basate sul genere, contro le donne ma anche contro la comunità LGBTQIA+. Tra queste politiche, come hanno sottolineato lə eurodeputatə, c’è anche la volontà di assicurare un accesso sicuro e legale all’aborto (considerando la negazione di questo diritto come una violenza di genere) e di creare programmi di istruzione sensibili come atto di prevenzione.


La notizia è certamente una vittoria: riconoscere il carattere sovranazionale di questa fattispecie rappresenterebbe una concreta possibilità di fornire maggiore attenzione sul fenomeno, di dare più strumenti per combatterlo e di pretendere da tutti i paesi membri dell’UE maggiori garanzie per contrastare tutte le forme della violenza di genere. Ma, come ha affermato anche l’eurodeputata Pina Picierno, affrontare la parte normativa serve a sottolineare la priorità da riservare al fenomeno: la questione culturale resta fondamentale, e più che mai urgente da trattare.



Viviamo e respiriamo una società che si rifiuta a tutti i costi di cambiare, di riconoscere i presupposti patriarcali su cui è costruita e che sarebbe necessario ribaltare al più presto. La violenza di genere, che lo si voglia ammettere o meno, si origina dalle nostre basi patriarcali, trae forza da esse e noi continuiamo a combattere il fenomeno mettendo delle “pezze” a livello normativo su un buco gigantesco che, invece, è culturale, incolmabile se non attraverso un cambiamento. L’educazione al consenso, l’abbandono degli stereotipi di genere, un nuovo approccio all’educazione affettiva e sessuale (anche e soprattutto nelle scuole).

“Il femminicidio è la forma più estrema di violenza di genere contro le donne e le ragazze” si legge sulla risoluzione approvata dall’europarlamento; ma continueremo a contare le vittime della violenza se, oltre alle leggi, non daremo inizio ad una rivoluzione culturale.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: The Social Is Female



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