La teoria della decrescita: chimera o sogno concreto? (pt.2)

La teoria della decrescita è una filosofia, sviluppata da Serge Latouche, che critica l’ideologia del produttivismo e del consumismo, evidenziandone i punti deboli e le conseguenze disastrose sulla società contemporanea.


Come evidenziato nel precedente articolo, compreso il significato di “società della decrescita”, così come lo spiega Serge Latouche, è necessario analizzare alcuni dei punti alla base di questo programma, “il circolo virtuoso delle 8 R”, delle quali ritengo opportuno analizzare la Rilocalizzazione e la Ridistribuzione.



Pensare globalmente, agire localmente”, slogan utilizzato dai gruppi glocal – fautori di una rivalutazione del locale, anche se ancora immersi in una società poco conviviale – può essere utile a questa analisi. Invero, direi “pensare (e agire) globalmente, agire (e pensare) localmente: infatti, per una maggiore rivalutazione del locale – che sia dal punto di vista politico o economico – bisogna anche guardare ad una maggiore rivalutazione del “globale”, inteso con riferimento ai rapporti tra Stati e alla necessità di una “giustizia redistributiva” che metta nelle condizioni di “pensare localmente” anche i c.d. stati del terzo e quarto mondo, ad oggi sfruttati.


Ad oggi, sembra proprio che il consumo di massa e la crescita fine a se stessa siano elementi necessari per non sentire (né vedere) la crescita delle disuguaglianze. Per questo motivo, alcuni filosofi e politici, tra i quali Hans Jonas e Jean Paul Besset, al posto della democrazia rappresentativa, considerata obsoleta e dannosa, evocano la istituzione di una “dittatura benevola”, quasi parlassimo di un eco-fascismo o di un eco-totalitarismo. Di contro, e più vicino alle posizioni della decrescita, Cornelius Castoriadis sostiene a gran voce la necessità della “democrazia ecologica” quasi come condicio sine qua non sembri impossibile mettere in discussione l’attuale stile di vita.



C’è chi, però, sostiene che il ripensamento della democrazia, in una chiave più locale, debba scartare la democrazia rappresentativa: secondo Takis Fotopoulos, ad esempio, per realizzare la rilocalizzazione politica sarebbe necessaria la creazione di una democrazia di prossimità, fondata su una sorta di “confederazione di demoi” di trentamila abitanti, cifra che permetterebbe di soddisfare in loco i bisogni essenziali. In linea con Fotopoulos, anche Paul Aries evidenzia la necessità di una “bioregione a misura d’uomo”. È evidente che le varie tesi sopracitate si inseriscano in un chiaro filone di “democrazia diretta”, alquanto utopica quasi quanto una democrazia mondiale. Queste ipotesi, per quanto nascano in riferimento alla necessità di processi di miglioramento della democrazia – accettabili e possibili – credo che non siano appieno realizzabili. La democrazia diretta era possibile solo nell’antica Grecia o in contesti ristretti (e, onestamente, anche i trentamila abitanti sarebbero troppi). Il rischio, dietro l’angolo, sarebbe l’oclocrazia, quindi il “governo delle folle”. In ogni caso, Latouche sostiene a gran voce la necessità di una rilocalizzazione della democrazia quale condizione necessaria per la decrescita.


Nel suo libro elenca alcune proposte, quali il diritto di revoca degli eletti – la “recall election” – che spesso è accompagnata dal mandato imperativo – punto, quest’ultimo, che non mi trova assolutamente d’accordo, poiché ridurrebbe la democrazia ad un paravento, dietro al quale celare mire autoritarie. Ancora, il referendum di iniziativa popolare e il bilancio partecipativo, proposta che ha funzionato in diverse città – ad esempio, a Porto Alegre in Brasile e in alcune città italiane – e che potrebbe responsabilizzare i cittadini e avvicinarli ancora di più alla gestione della res publica. Un ritorno al locale, politicamente parlando, è sicuramente auspicabile, se inteso come punto di partenza per un riavvicinamento tra i cittadini e le istituzioni politiche, spesso avvertite come distanti se non avverse.



Il secondo punto riguarda la “giustizia redistributiva”: perciò, per lavorare ad una società che estrometta il mito della crescita e cerchi il benessere attraverso il rispetto dell’ambiente, secondo Latouche sarebbe necessario favorire la produzione in loco per evitare il trasporto di beni che possono essere realizzati autonomamente. Un’altra suggestione, accarezzata anche da Ellul, consisterebbe nella riduzione degli orari di lavoro: infatti, una diminuzione degli orari di lavoro non darebbe soltanto la possibilità a più persone di lavorare, ma favorirebbe la creazione di beni relazionali, lo sviluppo delle arti liberali, il raggiungimento di un maggiore benessere collettivo e di una società veramente convivale.


In ultimo, prima di ipotizzare modelli innovativi dell’istituzione democratica – probabilmente fallimentari se modellati sulla sempiterna idea di democrazia diretta – o immaginare modelli di giustizia distributiva, credo sia opportuno operare una nuova scelta, convinta e davvero consapevole, di valori fondanti di una società veramente conviviale: solidarietà, uguaglianza e libertà.


Articolo a cura di: Elenio Bolognese



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