La Sibilla delle donne

A 62 anni dalla morte, ricordare Sibilla Aleramo è necessario: fu la prima a scrivere la parola “femminismo” e, insieme a poche alleate in Italia, a pronunciarla in pubblico.



È stata una giornalista, scrittrice e poetessa femminista e oggi, il 13 gennaio, ricorre l’anniversario della sua morte: stiamo parlando di Sibilla Aleramo, definita da Lea Melandri “una coscienza femminista anticipatrice”.


Sibilla Aleramo, al secolo Marta Felicina Faccio, detta Rina, è nata nel 1876 e ha ricordato la sua infanzia, nonostante il tentativo di suicidio di sua madre e le vicende che l’hanno coinvolta a 15 anni, ha avuto sempre dolci parole: “La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. [...]Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare.”, scriverà nelle righe di apertura della sua autobiografia.


Nel 1892, ad appena 15 anni, è stata stuprata dall’uomo che, poi, sarà costretta a sposare. Manca ancora quasi un secolo alla ribellione di Franca Viola,ma già Sibilla Aleramo adotta un comportamento esemplare: costretta a sposarsi con il suo aggressore nel 1893 e a partorire il loro figlio nel 1895, decide di continuare a lavorare per molte testate e, dopo aver tentato il suicidio, di abbandonare marito e figlio per vivere la sua vita, senza le imposizioni dettate dalla violenza subita.



Si è trasferita a Roma nel 1902, da sola, dove ha pubblicato la sua autobiografia “Una donna” firmandosi per la prima volta con lo pseudonimo. Ѐ il primo libro femminista in Italia: non solo pensieri e storie di vita, ma un’analisi dettagliata delle donne.

Sibilla Aleramo è stata una donna e una professionista forse troppo moderna per i suoi tempi: la società difficilmente l’ha premiata. Lontana dalla politica del suo tempo, sebbene si sia spesso spesa in articoli e botta e risposta con le lettrici per assicurare che anche le donne potevano interessarsene, si è trovata spesso a vivere al limite della povertà proprio a causa della mancanza di un uomo al suo fianco: altre pensatrici, scrittrici e giornaliste diventate famose in quegli anni, spesso si sono accompagnate a mariti e compagni famosi e illustri. Per garantirsi un sussidio e la propria sopravvivenza, Sibilla si è rivolta prima, nel corso del ventennio fascista, al duce e poi al Partito Comunista: proprio per questa vicinanza nel corso della sua vecchiaia fino alla morte, ha scelto di lasciare gran parte della sua produzione alla Fondazione Gramsci. Diversamente, invece, è fin dagli inizi la sua posizione sul movimento femminista, di cui arrivavano notizie dall’Inghilterra e dalla Scandinavia.


“Avevo provato subito una simpatia per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte [...] Sempre più il mio pensiero cadeva sulla parola emancipazione, che ricordavo di avere sentito nella mia infanzia, da mio padre seriamente, ma poi sempre con derisione da ogni classe di uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle donne inconsapevoli, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute, eravamo degli esemplari. [...] Era in quello scritto la parola femminismo, e quella parola, dal suono così aspro mi indicò un ideale nuovo, che io cominciavo ad amare come qualcosa migliore di me”, scrive a questo proposito nella sua autobiografia.

Ѐ proprio per questo che noi, donne del ventunesimo secolo, dovremmo continuare a leggere le sue opere e, proprio dalle sue parole, ripartire.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic



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