La scuola nel passato: lezione nella Roma Antica

Il Confronto Quotidiano ha già trattato in precedenza di educazione nel passato e più precisamente dell’università nel Medioevo. Oggi torniamo ancora più indietro nel tempo e cerchiamo di capire come funzionasse la formazione di un giovane nei confini dell’Impero Romano.


immagine tratta dal sito www.pandolfini.it

Dobbiamo, prima di tutto, considerare che le società antiche erano molto conservative dal punto di vista dell’insegnamento, come ai giorni nostri la scuola tende ad essere, nei suoi strumenti, alquanto conservativa. Nei popoli antichi l’educazione dal punto di vista pratico e teorico spetta principalmente al padre e questo soprattutto a Roma dove l’autorità e la figura stessa del pater familias è perno del nucleo familiare e di quello statale.


Sicuramente uno slancio favorevole ad una istruzione impartita dall’esterno fu il contatto diretto di Roma con i greci, risalente alla metà del II secolo a.C., quando sempre più numerosi saranno gli schiavi greci deputati alla formazione del loro padrone o dei figli dello stesso. In Grecia la pratica della skolè, in greco “tempo libero”, era già da tempo sviluppata e aveva assunto un suo proprio percorso formativo che portava lo studente ad acquisire tutti gli strumenti di cui necessitava per poter galleggiare nel mare della filosofia e della retorica.


Non è strano che i greci siano i primi autori della letteratura latina, o magnogreci. Questi uomini a Roma erano visti come grandi studiosi, esperti di medicina e cura del corpo, filosofi, ma allo stesso tempo popolo poco abituato alla fatica, alla guerra e quindi prima di introdurre effettivamente un greco come maestro di un latino, beninteso della classe aristocratica, di tempo ne è sicuramente passato, perché un romano deve avere la formazione di un romano.


Principalmente la formazione scolastica era divisa in due parti tra il grammaticus ed il retor, che hanno gradi di difficoltà crescenti e che si occupavano di fornire ai loro alunni un’istruzione a 360 gradi, affinché non avessero mai a mancare di esperienza in qualche campo, dato che l’obiettivo principale dello studente romano era quello di divenire oratore, in modo da poter accedere alla carriera politica o forense.


Le lezioni si tenevano spesso all’aria aperta e la memoria era la carta dei quaderni di oggi. Lo studente scriveva su una tavoletta di argilla, o di legno cosparso di cera, in modo da poter memorizzare l’insegnamento impartitogli, perché poi sia la cera che l’argilla venivano rimosse, in modo tale che la tavoletta potesse essere riutilizzata. Quintiliano nella sua Institutio Oratoria ci fornisce ampi esempi di come avveniva la formazione a Roma; egli personalmente tende a screditare i professori detti “istrioni”, ovvero che tendono a favorire la maestosità, l’apparenza della lezione piuttosto che il contenuto, ma soprattutto condanna chi utilizza la violenza e le bacchettate contro quegli alunni che fanno errori.


Ciò che ne risulta sarà poi in età Imperiale una massiccia presenza di scuole pubbliche (lo stesso Quintiliano fu il primo ad avere il permesso di condurne una) deputate alla formazione del cittadino, futuro funzionario dello stato romano.


Quello che conduceva i romani allo studio è il concetto che la riflessione e la conoscenza son veicolo della libertà e della lotta contro l’asprezza della vita, concetto che abbiamo ormai perso da tempo, relegando la conoscenza alle quattro mura dell’istituto scolastico e alle nozioni presenti nei manuali.


Articolo a cura di: Marco Mariani


Articolo citato:

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