La Resistenza Danese: storia di (stra)ordinaria umanità

C’è una storia che riguarda la Seconda Guerra Mondiale che mi ha sempre affascinata. Non tutti sanno che la Danimarca è l’unico Stato insignito col titolo di Giusto fra le Nazioni, e per un’ottima ragione. Anna Bravo nel suo libro La conta dei salvati scriveva:

“È un’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no. Il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato”.



Tante volte ci si ritrova ad apprezzare maggiormente la resistenza militare di Paesi che combatterono con coraggio contro la Germania di Hitler, e il mondo è senz’altro debitore a tutti i soldati che diedero la vita per quella causa. Eppure, la Danimarca ci offre un chiaro esempio di come una resistenza pacifica possa ottenere splendidi e inattesi risultati.


A differenza di altri Paesi, la Danimarca decise di scendere a compromessi con la Germania. Se da un lato questa scelta gettò un’ombra sulla sua immagine dinnanzi agli Alleati, dall’altra le permise di avanzare delle grosse pretese come la possibilità di mantenere le proprie idee e i propri principi di giustizia e moralità, di amministrare autonomamente gli affari interni, di evitare la pena di morte e le leggi razziali. La resistenza popolare si fece sentire: i tedeschi venivano socialmente isolati, la gente si rifiutava di andare a lavorare in Germania, boicottava i film tedeschi e italiani, e soprattutto proteggeva i ricercati.


Nel 1943, però, l’intensificarsi di scioperi e sabotaggi provocò la reazione di Berlino che mandò un ultimatum al governo danese, il quale lo respinse per poi dimettersi. In quel momento la cooperazione finì, sancendo l’inizio della questione ebraica. La resistenza, tuttavia, restava più viva che mai.


Colpisce in particolar modo il fatto che furono proprio i tedeschi a contribuire al fallimento delle operazioni di rastrellamento degli ebrei, facendo trapelare le notizie delle retate, oppure semplicemente voltandosi dall’altro lato.

È lecito chiedersi come mai ci fu una così diversa reazione alla “soluzione finale” in Danimarca, e la risposta la si può trovare in un’originale configurazione del rapporto fra vittime, carnefici e spettatori.


In Danimarca la quasi totalità della popolazione si mobilitò per aiutare chi ne aveva bisogno, e i salvataggi avvennero grazie ad iniziative spontanee di individui o piccoli gruppi. C’era chi portava i ricercati in Svezia su barche a remi o kayak, chi avvertiva i vicini, chi metteva a disposizione la propria casa o un aiuto di tipo economico, i pastori rilasciarono certificati di battesimo in bianco, soldati della marina, tassisti e persino farmacisti diedero il loro contributo.


Una storia molto toccante riguarda i medici e gli infermieri del Kongelige Frederiks Hospital che salvarono molti ebrei ricoverandoli sotto falso nome e, nel momento in cui appresero la notizia di un’imminente perquisizione, li fecero fuggire su una trentina di taxi al seguito di un finto funerale. Neppure coloro che furono arrestati furono lasciati soli, ma aiutati con ogni mezzo possibile.


L’impegno dei danesi per salvare vite innocenti acquista un’umanità senza pari, rappresenta un raggio di luce in mezzo a tanta oscurità. Ne La banalità del male, Hannah Arendt scrive che in Danimarca i tedeschi non vedevano più lo sterminio come una cosa ovvia, e che la loro durezza si era sciolta come ghiaccio al sole, permettendo il riaffiorare di un po’ di coraggio. Un tale mutamento fu possibile perché per i danesi non sarebbe stato dignitoso voltare le spalle a gente bisognosa di aiuto, perciò per loro non c’era neppure bisogno di chiedersi se agire o meno, lo si faceva e basta.

Una delle armi più singolari di questa resistenza pacifica fu l’umorismo. Fra gli episodi più simbolici quello di un attore danese che iniziò il suo spettacolo con il braccio destro teso in alto: i soldati tedeschi interpretarono il gesto come un omaggio al Reich e risposero a gran voce “Heil Hitler”, ma quello li ridicolizzò poiché aprì l’esibizione dicendo “Quell’inverno la neve era alta così”.

Un altro episodio molto divertente fu quello in cui dei bambini misero un cartello con su scritto “Vendesi” su un carrarmato messo in piazza col palese scopo di terrorizzare la popolazione, vanificandone di fatto l’intento.


Storie come questa riescono a dare speranza, a scaldare il cuore. In un mondo in cui si giustificava la propria codardia e noncuranza con il detto “Per fare la frittata bisogna rompere le uova”, in Danimarca rispondevano “Perché scegliere? Noi salviamo le galline”.


Articolo a cura di: Concetta Pia Garofalo



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