La “rape culture” esiste?

Tra le terminologie del movimento femminista, sentiamo parlare sempre più spesso di rape culture, termine sdoganato recentemente nella sua traduzione italiana: cultura dello stupro. Due parole che fanno inneggiare i più all’ennesima esagerazione delle femministe, visto che lo stupro è un reato. Purtroppo, una cultura funziona in maniera molto più sottile e non si riflette in ciò che viene definito dalla dicotomia legale/illegale. Il cambiamento culturale segue quello legislativo con tempi molto più dilatati, trattandosi di mentalità consolidate. La storia italiana ci mostra quanto recenti siano cambiamenti epocali (eliminazione del diritto d’onore nel 1981, lo stupro come violenza contro la persona nel 1996); sarebbe miope aspettarsi una mentalità rivoluzionata in qualche decennio.



L'espressione "cultura dello stupro" indica un ambiente in cui la violenza contro le donne è normalizzata, giustificata e minimizzata se non addirittura incoraggiata dai media, dalla cultura popolare, dalle norme istituzionali e legali.


Alcuni esempi:

• il consiglio di far ubriacare una ragazza per portarla a letto, chiara violazione del consenso, • il fatto che lo stupro sia denunciabile entro 1 anno dall’accaduto, mentre gli studi mostrano come più del 70% delle vittime tenda a riconoscere e chiedere aiuto dopo almeno 12 mesi, • Le battute in prima serata su come sia comico palpare una donna.

Nella narrazione della violenza di genere il focus è riportato sulle vittime, invece che su chi commette il reato; non a caso l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti umani per vittimizzazione secondaria (giugno 2021). Cerchiamo mille giustificazioni: come era vestita? Aveva bevuto? Le mutande erano rosse? Tutte domande che rendono lampante la distanza del nostro pensiero dal concetto di consenso. Allo spostamento del focus, segue lo spostamento della responsabilità e, in ultimo, della colpa.


Dai primi segni di pubertà alle donne viene richiesto costantemente di stare attente. Phaedra Starling ha coniato l’espressione “stupratore di schrӧedinger” per definire l’esperienza delle donne, alle quali viene insegnato dalla società tutta che ogni uomo che incontrano potrebbe essere un potenziale stupratore. Si alimenta una paura che ci controlla e reclude, privandoci di importanti libertà e condizionando le nostre scelte quotidiane. Questa paura è stata normalizzata al punto da trovarla inevitabile, e quindi accettata. Quando chiediamo risposte o soluzioni, ci viene consigliato di stare a casa, di non uscire da sole.



Diventare cittadine a metà non è la soluzione. Considerando che più del 70% degli aggressori sono persone intime alla vittima, barricarsi in casa sembra una risposta controproducente. Stereotipare lo stupro in un’immagine unica e canonica è un elemento portante della rape culture: un estraneo (meglio immigrato) che ci aggredisce di notte in un vicolo. È necessario passare il messaggio che lo stupro è un fenomeno molto più ampio, che nel 62.7% dei casi è commesso dal partner, nel 9.4% da amici. Allo stesso tempo ci viene raccontato che la vera vittima reagisce ribellandosi, con urla e impeto. Non ci viene detto che nel 70% dei casi la vittima reagisce bloccandosi, immobilizzandosi, incapace a reagire; la mancanza di queste nozioni fa sentire le vittime sbagliate, sole e colpevoli. Anche se veniamo cresciute con questa paura, solo il 34% delle vittime riconosce la violenza subita. Questo dato rappresenta il cuore della cultura dello stupro. In una società in cui solo 1 vittima su 3 riesce a riconoscere la violenza subita, cosa c’è di più normalizzato?

Cosa puoi fare?

- Parla delle cause e delle modalità con cui viene perpetuata, - Aiuta a ridefinire la mascolinità, allontanandola dal concetto di violenza e dalla mascolinità tossica, - Smettila di incolpare la vittima, e correggi chi lo fa, - Crea una cultura del consenso, - Ascolta e sostieni i/le survivors, - Guarda criticamente a media e politici quando ne parlano, e lamentati quando il focus viene spostato sulla vittima, - Evita le battute che normalizzano la violenza.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Sveva Nonni di Freuda.femminismo



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