La posizione della Russia sulla questione afghana: tra realpolitik e mediazione

Il recente incontro tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin ha avuto il gravoso compito di far comprendere all’opinione pubblica occidentale che, nella battaglia per contendersi l’Afghanistan, ci sarà anche Mosca.



Nonostante, nel corso degli anni, la sua politica estera sia stata formulata intorno alla lotta al terrorismo internazionale – che non pochi problemi gli ha creato in Asia centrale – la Russia ha reagito con fredda realpolitik alla vittoria dei talebani a Kabul.


I motivi sono molteplici. Mosca ha interesse diretto a gestire quanto sta accadendo in Afghanistan sia per motivi di sicurezza interna – terrorismo jihadista – che per motivi di propaganda. Gli Stati Uniti escono a pezzi da questa esperienza, un’occasione utile per sfruttare un eventuale ritorno d’immagine.


E mentre Joe Biden e i suoi analisti si interrogano sulla bontà di un ritiro così frettoloso (al Pentangono non sono d’accordo, ad esempio), Vladimir Putin ha ricevuto la visita del più importante tra i leader europei, Angela Merkel, la quale gli ha indirettamente riconosciuto un ruolo importante nelle trattative per riportare a casa gli europei e i profughi afghani.


Qual è la posizione della Russia nel contesto afghano? Fonti diplomatiche hanno fatto sapere che i russi sono rimasti sorpresi dalla fioca resistenza dell’esercito afghano. Mosca avrebbe preferito avere qualche settimana in più a disposizione per mettere in piedi una linea politica più elaborata nei confronti del caos afghano. Non è escluso, comunque che i dialoghi con il nuovo regime possano portare a un riconoscimento del governo talebano.


Il dialogo è la strada da intraprendere secondo Mosca. E se Angela Merkel si è recata al Cremlino per parlare di Afghanistan, questa linea politica sarà anche quella adottata dall’Unione Europea.


Le trattative saranno anche funzionali per la sicurezza interna della Russia. Putin è ben consapevole dell’instabilità che il regime teocratico potrà generare in Asia centrale ma le sue preoccupazioni non saranno prioritarie fino a quando non interesseranno Tagikistan e Kirghizistan dove ci sono basi militari russe. A questo proposito sarebbe utile, a titolo di esempio, fare riferimento al finanziamento da 1,1 milioni di dollari per un avamposto militare nella provincia tagika di Khatlon, al confine con quella afghana di Kunduz.


Infine c’è anche un altro nodo da sciogliere per Mosca: la Cina. Da tempo Pechino cerca di penetrare in Asia centrale, e in particolare in Afghanistan, con l’obiettivo di impossessarsi di un crocevia importante sia per i commerci che per la presenza di ingenti risorse del sottosuolo: dal gas alle “terre rare”, cioè quegli elementi chimici – tipo il litio – utili per la fabbricazione di apparecchiature elettroniche.



La presenza cinese, però, mette a rischio la leadership russa in una zona che in passato era di “pertinenza” dell’Unione Sovietica. In questo senso gli americani credono che l’eccessiva penetrazione cinese possa provocare uno scontro con Mosca, rompendo così la tradizionale alleanza tra i due colossi.


Nonostante esistano numerosi elementi di incertezza nella posizione adottata dalla Russia sul dossier afghano, a metà tra la fredda realpolitik e la rassegnata mediazione, non c’è alcun dubbio che la ritirata americana rappresenti una grossa possibilità per il riposizionamento russo nel continente europeo e la richiesta di mediazione di Merkel ne è la prova. Per il resto, è evidente che la Russia non disponga delle possibilità economiche per contrastare con gli stessi mezzi la penetrazione cinese in terra afghana. Di conseguenza il ruolo che giocherà in Asia centrale sarà fortemente limitato e conservativo.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Donatello D'Andrea




58 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti