La perenne incertezza della scuola italiana

All’arrivo di Settembre, come ogni anno, bisogna fare i conti con la fine delle giornate roventi di agosto, tirare fuori le giacche dagli armadi e iniziare a notare le foglie degli alberi che ingialliscono; ma, soprattutto, si fanno i conti con l’inizio dell’anno scolastico, anche per chi ormai ha abbandonato le aule da anni. In particolare il settembre di questi ultimi due anni è stato più ricco di incertezze che mai, stretto fra la volontà diffusa di tornare alla normalità e lo spettro della DaD che aleggia nelle preoccupazioni degli addetti ai lavori.



Dopo la improvvisa scossa del marzo 2020, per le scuole è stato necessario adeguarsi alla situazione in fretta, mettendo necessariamente da parte le esigenze degli studenti e degli insegnanti, arrivando in maniera incerta alla conclusione dell’anno scolastico. A partire dal settembre successivo, alla frammentazione delle regioni italiane è corrisposta la frammentazione ulteriore delle scuole, alle quali è stata lasciata grande libertà procedurale dal ministero dell’istruzione e dagli enti locali. Dopo l’iniziale ottimismo e la volontà di lasciarsi alle spalle l’incertezza e la precarietà appena vissuta, i bollettini sui contagiati hanno presentato un conto salato, costringendo l’attività didattica a tornare a svolgersi da remoto. In particolare le misure per garantire la non diffusione del virus, stando alle dichiarazioni rilasciate dall’ex coordinatore del cts Agostino Miozzo (allora consulente per la ministra Azzolina), sarebbero state vaghe e insufficienti, in particolare rispetto al distanziamento e alla riduzione della capienza dei mezzi pubblici.



Il settembre di quest’anno arriva trasportando con sé le medesime preoccupazioni, da un lato mitigate dall’ampia copertura vaccinale, dall’altro non compensate da un’accurata direzione a monte, che tende a delegare alle singole Regioni o ai singoli istituti la gestione dell’alternanza fra didattica in presenza e a distanza; ciò ha contribuito alla creazioni di casi singolari come quello della Campania, prima regione a raggiungere il 100% di personale scolastico vaccinato, ma dove il presidente De Luca, da sempre fra i più attivi a proporre misure di quarantena, ha frenato l’entusiasmo di chi chiedeva un ritorno alla scuola in presenza. A tutto ciò si aggiungono la disparità fra la quantità di personale scolastico immunizzato (oltre l’87%) e quella degli studenti fra i 12 e i 19 anni, dei quali solamente poco più di metà ha ricevuto il vaccino.



Le criticità emerse durante gli ultimi due anni non sono state episodi inaspettati, ma sintomi di problemi strutturali già esistenti, che se possibile sono stati ulteriormente portati alla luce: le prove Invalsi svolte nell’ultimo anno scolastico hanno certificato, infatti, che quasi la metà degli studenti italiani delle scuole superiori aveva conoscenze inferiori al livello considerato accettabile, con percentuali drammaticamente alte nelle regioni meridionali. Le prove Invalsi hanno anche registrato il dato relativo alla dispersione scolastica implicita (cioè studenti che, pur essendo formalmente iscritti, hanno le stesse capacità dei compagni che hanno abbandonato del tutto gli studi) aumentato al 9,5%, in un paese in cui l’abbandono scolastico è un dramma irrisolto, nel quale ancora una volta le regioni del sud soffrono più delle altre.


Articolo a cura di: Elisa Matta



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