La mia torre di Babele

L’Occidente sembra essersi fermato. Paralizzato di fronte a uno scenario di fronte al quale aveva sempre preferito indossare i paraocchi, voltarsi dall’altra parte, coprirsi il viso con le mani. È arrivata proprio qui, nella pacifica e istituzionale Europa: la guerra. È arrivata ed è esplosa in una generazione che, per caso o per fortuna, è nata nella parte tranquilla del mondo, forte dei suoi valori e lontana dagli spari mediorientali e della fame africana.

Una generazione che alla frase “guerra in casa” pensa a un documentario su Netflix o a Salvate il soldato Ryan. Una generazione che, un po’ per superficialità, un po’ per andare avanti senza pesi sulla coscienza, ha sempre ignorato il fatto che lo stato di non-belligeranza non fosse una prerogativa mondiale. Una generazione Europea che la guerra ha sempre preferito immaginarla, vederla da uno schermo, e talvolta, purtroppo, anche idealizzarla – piange il cuore a vedere quanti revival di partiti interventisti e filo-totalitari stanno emergendo negli ultimi anni.

Tuttavia, è futile lanciarsi in grandi discorsi sull’ipocrisia dilagante, su come la guerra ci sia sempre stata e nostra culpa maxima non aver mai voluto fare i conti con questa realtà. La conclusione è una: non si può più fare finta di niente, mettersi i paraocchi, voltarsi o coprirsi il viso con le mani.



La cronaca si spreca su conseguenze dirette e indirette di questo conflitto: lo scontro armato, le vittime, il transito di gas, le sanzioni e quant’altro; perciò, il proposito di questo articolo è un altro. L’obiettivo è di parlare di un’altra guerra, un conflitto interno e parallelo, certamente meno impattate sul piano militare ed economico, ma devastante a livello intellettuale. Un conflitto che ha colpito chi, sempre dalla sua bolla felice di ignoranza, la guerra ha tentato di osservarla anche prima che scoppiasse dal suo vicino di casa. Qui si parla di valori, di “ideologia” e di ideali. E proprio per questo rovesciamento di piano, per onestà intellettuale e perché non voglio innalzarmi a portavoce di una coscienza comune, passerò alla prima persona.


Ho sentito una parte di me rompersi nel momento in cui ho letto la notizia. Una parte di me si spezza ad ogni cronaca di guerra, ma questa volta la risonanza è stata più forte e la scossa lungo la schiena più elettrica. La torre di Babele che avevo dentro si stava sfaldando. Mi rammarica, alla fine della fiera, di far – anche se non volontariamente – parte di chi si spaventa davvero solo quando le cose gli passano sotto il naso. Ho tentato con tutte le mie forze di non esserlo, di informarmi, di farne una mia battaglia, ma non è bastato. Provo a convincermi che sia un atteggiamento se non naturale e istintivo, quantomeno vagamente umano, un senso di sopravvivenza. Ho passato anni a difendere a spada tratta la mia filosofia pacifista, antibellica, contro ogni forma di esercito e di prova di forza. Anni in cui mi sono sentita cullata del mio essere Europea e dalle mie aspirazioni globaliste. Un profondo desiderio kantiano di pace perpetua, e un pensiero politico Wehleriano promotore di una grande federazione mondiale di stati culturalmente e storicamente particolari, ma supportati da un sistema di diritti e leggi sovranazionali. Anni di fiducia incondizionata nella possibilità di una collaborazione e aiuto reciproco senza la necessità di imporre il proprio modello culturale. Fiducia nel genere umano e nella sua malleabilità e capacità di adattamento. Ogni scontro e ogni vittima era una freccia nel mio sistema di valori, e questo evento è stato un missile. Una Molotov interna che ha fatto implodere un intero sistema, per rimanere in tema. Per giorni ho creduto di essere caduta in un vuoto di ideali devastate. Mi è stato chiesto più volte come, da studentessa di storia, potessi ancora sorprendermi dell’attività umana ed avere una visione così naïve del mondo.

Settimane fa avrei risposto a tono, avrei spiegato come fossi consapevole della realtà delle cose e che la mia visione era utopica, ma dettata da una forte speranza di cambiare le cose, che solo puntando al meglio si possono ottenere risultati, anche se non perfetti, concreti. In questi giorni, messa davvero davanti al crudo svolgersi degli eventi ho vacillato. Ho faticato a mettere insieme un discorso che potesse sostenere la mia tesi, e mi sono sentita persa, vuota. Ho ascoltato, in silenzio, un telegiornale dopo l’altro. Ho letto, triste, tutti gli articoli che trovavo. Ho provato rabbia, un’emozione a me generalmente estranea e da cui tendo a scappare.


Però, nella mia rabbia e nel mio rancore mi sono analizzata e ho notato che, nonostante tutto mi urlasse il contrario, non ho mai pensato alla risposta armata come una possibile soluzione. Non ho mai ritenuto possibile rispondere con una prova di forza all’ennesimo tentativo di dimostrare la propria infallibilità attraverso un carrarmato. Perché, in fin dei conti, di quello si tratta. Il desiderio di un paese di dimostrarsi infallibile e colonizzatore, capace di non inserirsi in un quadro di interessi mondiale, unico e insostituibile, forte nel suo delirio di onnipotenza. Mai si è palesata in me l’idea di un contrattacco, nemmeno come difesa. Allora ho capito. Ho capito che forse la risposta a questo conflitto non ce l’ho e che le mie idee ingenue probabilmente non fermeranno un bel niente, ma, nonostante ciò, ci credo ancora. Credo ancora nell’essere umano e l’eccezione non deve andare a minare la mia regola, perché come ci credo io, ci sono altri là fuori che stanno ricomponendo i pezzi e si stanno attivando per far valere questi ideali. Da sola sono solo una ragazza ingenua che vive di ideali effimeri, ma insieme, forse siamo il genere umano.


Articolo a cura di: Gaia Marcone




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