La mattanza in carcere scoperchia il vaso di Pandora degli abusi di potere

Pochi giorni fa sono stati diffusi su internet i video della sorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vetere, nei quali è rappresentata una “orribile mattanza”, come è stata definita anche dal gip: 292 detenuti, infatti, sono stati umiliati, picchiati, alcuni persino torturati, dagli agenti penitenziari. I poliziotti, da ciò che è emerso dalle indagini, con la scusa di una perquisizione, hanno maltrattato brutalmente il blocco del carcere che durante l’aprile 2020 aveva messo in atto una rivolta a causa della mancanza di protocolli adeguati anti-covid all’interno della struttura.



Ovviamente, la maggior parte degli utenti che ha visto i filmati ha condannato fermamente i comportamenti violenti degli agenti; tuttavia, c’è comunque stato qualcuno che ha preso le difese di questi ultimi, primo tra questi è stato Matteo Salvini. Il leader della Lega, infatti, il giorno successivo alle perquisizioni messe in atto nei confronti dei poliziotti fuori dal carcere, si è recato al penitenziario per sostenerli e per dirsi costernato del trattamento che stanno subendo: “Poliziotti sbattuti in prima pagina, con foto, nome e cognome, senza un processo o una condanna, trattati peggio di mafiosi e assassini” – dichiarazione curiosa, comunque, visto che a farla è stato proprio colui che circa un anno fa si era recato, con telecamere al seguito, sotto la casa di un ragazzo dichiarando con assoluta certezza la sua colpevolezza come spacciatore. Ad ogni modo, come sempre, emerge come costante giustificazione – o ragione di perdono – dei comportamenti violenti, il fatto che a perpetuarli sono stati degli uomini che servono la nostra Nazione.


È importante soffermarci su quest’ultimo punto, perché si entra nel merito della legalità delle azioni di chi, questa stessa legalità, dovrebbe farla rispettare, e sorge il problema riportato secoli fa già dal poeta latino Giovenale ovvero “chi controlla i controllori?”. La questione è ovviamente spinosa e molto delicata, perché, soprattutto nel nostro Paese, mettere in discussione un solo tassello del puzzle delle istituzioni ormai radicate vuol dire rischiare di dover disfare anche tutti gli altri pezzi; questo però non dovrebbe impedire ai cittadini di porsi delle domande sull’effettiva giustizia – o ingiustizia – applicata nella realtà che vivono.



Più passano gli anni e maggiori sono le notizie che riportano di abusi di potere e violenze attuate da appartenenti alle forze dell’ordine: pochi giorni prima della pubblica diffusione dei video del carcere, infatti, è spiccata, tra i tanti gesti sconsideratamente violenti che troppo spesso vengono perpetuati dagli agenti in Italia, la notizia di uno scontro a Milano, che ha visti coinvolti molti ragazzi – tutti neri, fattore (purtroppo) importante, poiché sono state mosse anche accuse di violenza di matrice razzista – e, soprattutto, molti – sarebbe meglio dire troppi – agenti. Il fatto spiacevole non si limita all’uso spropositato della forza da parte dei poliziotti, ma l’intenzionalità – che si percepisce chiaramente nei filmati fatti dai ragazzi con i loro cellulari – con cui questi la stavano usando, la volontà di ferire e “dare una lezione”. Ed è a questo punto che ci si dovrebbe chiedere se è effettivamente legittimo considerare la violenza un metodo corretto e appropriato per educare, ma anche punire, una persona in un Paese democratico e civile come si dichiara l’Italia.


Ovviamente, alcuni uomini non fanno la regola, ed è chiaro che non è possibile, né giusto, condannare in toto tutti i membri delle forze dell’ordine. Però, forse allora è bene che lo Stato più che pensare a “estirpare le mele marce”, pensi a come può cambiare la malsana e radicata idea che chi indossa una divisa può tutto – e che, anche quando non può, non subirà grandi conseguenze in quanto “servitore della Nazione”.


Articolo a cura di: Letizia Malison



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