La manada: lo smascheramento di una società maschilista
. Siamo sempre tutte vittime

È la notte del 7 luglio 2016. Mentre la festa di San Fermín anima le strade di Pamplona, una ragazza appena diciottenne conosce cinque ragazzi. Sembrano gentili, per cui quando a fine serata, dopo tanto alcol e balli, si offrono di riaccompagnarla, lei accetta di buon grado. Non si aspetta che a metà strada la spingano in un angolo. Non si aspetta che sfruttino il suo terrore per violarla sessualmente più e più volte. La giovane entra in stato di shock, subisce sommessamente tutte le umiliazioni: senza reagire, con gli occhi serrati, esegue gli ordini dei suoi aguzzini. La abbandonano dopo averle rubato il telefono, pregustando già i contenuti osceni che presto condivideranno nel loro gruppo Whatsapp La Manada: “Il branco”. Un nome del genere fa bene intendere con chi si ha a che fare, senza essere esperti di pragmatica: animali, se non peggio. Sono questi gli antecedenti di un processo che scuoterà la Spagna, rivoluzionando i concetti di “stupro” e “consenso”.

Tristemente, questa storia non è la prima del genere che leggiamo e – come temiamo – non sarà nemmeno l’ultima. Una volta, qualcuno disse che l’uomo non impara mai dai suoi errori, probabilmente senza sapere quanto questa frase sia vera: nonostante tutte le battaglie che da decenni si combattono, vedremo che alla fine, si tende sempre a colpevolizzare la vittima e a vittimizzare il carnefice.



Quando si apre il processo, i giudici sono indecisi tra due fattispecie: abuso e agresión sexual, quest’ultima caratterizzata dal ricorso a violenza o intimidazione. La particolarità del caso è che la vittima, entrando in stato di shock, non si era opposta espressamente, ma aveva subito passivamente tutto l’accaduto. Ciò porta i magistrati dei primi due gradi di giudizio a risolversi per il più lieve delitto di abuso sexual, affermando che non c’erano prove sufficienti che gli accusati avessero fatto uso di violenza o intimidazione. Si capisce, quindi, quanto poco importi l’aspetto della salute mentale e quello del benessere della vittima. La ragazza, in questo caso, è trattata come un vero e proprio oggetto, senza morale, anima o volontà. Queste pronunce furono uno scandalo perché parvero affermare che c’era bisogno che una donna fosse picchiata perché il caso fosse etichettato come “stupro”, aprendo un acceso dibattito sulla nozione di “consenso”. Infatti, quello che spesso non si tiene in considerazione è che, la paura, in qualsiasi situazione entri in gioco, tende a paralizzare. Non sapere cosa succederà dopo un movimento o una decisione inchioda i nostri piedi al terreno. Se la povera ragazza avesse provato a scappare, l’avrebbero probabilmente rincorsa e conseguentemente aggredita con più rabbia; lo stesso se avesse provato ad urlare o resistergli. Nella sua posizione, nella quale il carico di dolore (tanto fisico quanto mentale) è già ben oltre la soglia del sopportabile, l’unica cosa che poteva fare per tutelarsi era restare immobile e non opporre resistenza.


Alcuni possono chiamarlo “consenso”, ma “istinto di sopravvivenza” è più azzeccato.


E’ emblematico, quanto assurdo, che sia stato necessario, nel 2016, dover dare una nozione specifica di “consenso”, come se una penetrazione perpetuata da più persone nei confronti di una ragazza ubriaca avesse bisogno di una attenta analisi per essere definita un crimine. Come se “abuso sessuale” e “aggressione sessuale” differissero in termini di gravità. La necessità di ricorrere a più appelli perché questa ragazza potesse ottenere una parvenza di giustizia è avvilente, non solo per lei, ma per tutta la comunità femminile spagnola e anche per quella mondiale. Tra le righe, sussurrato a bassa voce, il messaggio che la procura maschilista sta mandando è che non serve denunciare, non serve proteggersi, non serve fare appello a nessuna legge, poiché in un mondo così patriarcalmente radicato, sono solo sforzi invani. L’ingiustizia di questa giovane donna è l’ingiustizia di tutte noi.


Solo in terzo grado arriva la condanna per agresión sexual. Per il Tribunal Supremo l’errore è stato valutare la presenza di violenza o intimidazione guardando al comportamento della vittima e non dell’autore del fatto: non c’era bisogno che la ragazza adottasse un’attitudine eroica, che opponesse resistenza affinché ci fosse intimidazione, ma era sufficiente che la condotta dell’agente fosse efficace a paralizzarne o inibirne la volontà. Lo stesso contesto in cui erano avvenuti i fatti presentava una grande carica intimidatoria: la ragazza, evidentemente ubriaca, era stata trascinata per un braccio in un luogo isolato, senza via d’uscita, e circondata da cinque ragazzi ben più grandi di lei. Dai video risalta l’atteggiamento vessatorio degli imputati, il chiaro tentativo di umiliarla e la sua sofferenza. Lo stesso affrettarsi ad abbandonarla lì, preoccupandosi di rubarle il telefono, è indice della consapevolezza dei cinque che quella non era stata una relazione consenziente. Dunque, dalla situazione emerge come la volontà della vittima sia stata neutralizzata e ciò l’ha indotta ad adottare un atteggiamento di sottomissione, non di consenso. Sull’onda di questa sentenza, si elabora un progetto di modifica dei reati contro la libertà sessuale, la cosiddetta Ley del “solo sí es sí”, dal motto delle manifestazioni femministe che avevano seguito le prime due sentenze. Il progetto di modifica, infatti, introdurrà una definizione di “consenso” che metta nero su bianco che “silenzio” non è sinonimo di “assenso”.


La sentenza La Manada è stata un passo importante e mette in risalto l’importanza di denunciare. Certo, i giudici a volte sanno essere fin troppo reazionari, ma sono indispensabili per progredire, perché le aule dei tribunali sono spesso il primo teatro di riconoscimento di diritti e libertà. Così è avvenuto anche nel caso La Manada: con le sue sofferenze una ragazza ha scritto a fuoco nella giurisprudenza che solo sí es sí, aprendo la strada a una modifica normativa. Ma questa vittoria su carta deve essere anche un monito per tutti coloro che pensano che basti una riforma per porre rimedio a secoli di prevaricazione maschile: non è così, e le cose non cambieranno davvero finché qualcuno invece che puntare il dito sul carnefice, continuerà a mettere in discussione il dolore della vittima.


Articolo a cura di: Laura Tondolo e Victoria Pevere



86 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti