La Haine (L’odio): Anatomia del meccanismo vendicativo

«Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.


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È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio».


Può l’odio, un sentimento così circoscritto, ma paradossalmente policromo, essere impresso in una cinepresa esente dal filtro della morale? Il preludio e l’epilogo della celebre pellicola cult di Mathieu Kassovitz recitano una profezia non scritta, narrando la storia di tre giovani, rappresentanti della multietnica Parigi degli anni ’90, tentati dall’odio, ma alla ricerca della redenzione. Vinz, Hubert e Saïd, sono solo tre nomi persi nel marasma che popola la banlieue parigina, tre volti della stessa medaglia accomunati dall’innegabile disprezzo rivolto nei confronti di un sistema giudicante, della polizia aggressiva e del mondo esterno alla periferia, noncurante del disagio sociale che si nasconde a fatica in uno dei tanti squarci cittadini.


L’opera di Kassovitz decide di interpretare il malessere di una generazione delusa, abbandonata a se stessa, vittima dell’odio e della criminalità. I tre (anti)eroi della pellicola, raffigurati in bianco e nero, ci concederanno di osservare diciannove ore di una tipica giornata nel blocco periferico, un’impietosa gabbia a cielo aperto, unica testimone della atrocità commesse dalle forze dell’ordine e dell’ingiustizia perpetrata nei confronti del meltin’ pot francese. Il regista parigino si mostra un esegeta particolarmente efficace del dramma giovanile, trasmettendone attraverso i protagonisti le insicurezze, la violenza, il legame con la criminalità, la disillusione.


La vita di Vinz, Hubert e Saïd sarà sconvolta, tuttavia, dalle rivolte scatenatesi dopo l’ennesimo pestaggio ingiustificato delle forze dell’ordine, perpetrato nei confronti di Abdel, giovane originario della banlieue: Vinz, iconica incarnazione dell’odio smisurato covato nei confronti degli oppressori, entra in possesso di una pistola che, quasi come un deus ex machina, si rivelerà risolutiva nell’intreccio narrativo. Il giovane di origine ebraica identifica l’arma come unico mezzo per riparare al torto subito e decide che se Abdel non dovesse uscire dallo stato comatoso, ucciderà un poliziotto per far sì che un atto talmente spregevole non rimanga impunito. Gli amici Hubert e Saïd, sono invece la raffigurazione scenica di due sentimenti che si scontreranno con la maniacale ferocia vendicativa di Vinz, impressa immortalmente nel panorama cinematografico dal memorabile monologo allo specchio, nel quale, rendendo omaggio al celebre “Taxi Driver” di Martin Scorsese, Kassovitz idea un riferimento pop indelebile; Hubert rappresenta la speranza, la strenua fede in un futuro migliore di quello riservatogli dagli agglomerati di cemento nei quale trascorre le sue giornate. Saïd, invece, raffigura l’ignavia: si rifiuta di scegliere il proprio destino e seguendo le orme dell’amico, cerca di distogliere la mente di Vinz dall’odio sfrenato, divenendo in seguito, nondimeno, vittima degli eventi.


Ciò che l’opera, seppur involontariamente, rivela affascinante è l’universalità della tematica affrontata e le conclusioni che ne si possono trarre: «L’odio chiama odio» affermerà saggiamente Hubert. Secoli prima dell’uscita in sala di “La Haine” il popolo ateniese fu rapito dal fascino dell’Orestea, l’ultima trilogia teatrale pervenutaci di Eschilo, nella quale il drammaturgo greco frappone la dinamica della vendetta, propria della società tribale, alla Δίκη, la giustizia divina. Oreste è costretto a vendicare la morte del padre, Agamennone, compiendo il peccaminoso matricidio. Fu proprio la madre, Clitemnestra, ad uccidere il marito, costringendo Oreste, sotto consiglio del dio Apollo, ad assecondare le leggi divine. Il protagonista, sebbene ancora statuario e frutto di una introspezione psicologica non del tutto presente nel teatro tragico, evidenzia la fallacia del meccanismo vendicativo, giungendo alle medesime conclusioni di Kassovitz: qualunque atto di riparazione è necessariamente seguito da una ulteriore contaminazione. Benché il regista non si assuma l’onere di giudicare le azioni dei tre giovani, una volta avviato, il ciclo della vendetta non conosce riposo e trascina nell’oblio il gruppo di protagonisti.


Articolo a cura di: Antonino Palumbo



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