La genesi del colore rosa: perché i colori non hanno genere e il rosa non è “indecoroso”

Il colore rosa, da simbolo di potenza, nel corso del mese passato è stato definito addirittura “indecoroso”. Scopriamo quando e perché si è sviluppata la cultura che ci porta ad accostare alcuni colori al genere di una persona, ricordando, però, che ogni interpretazione su tonalità e nuance è soltanto il risultato di costrutti sociali radicati nel tempo.



Nel mese scorso ha fatto molto discutere il commento di alcuni agenti della polizia che hanno rifiutato le mascherine ffp2 che erano state fornite loro come misura contro il contagio di covid 19 perché di colore rosa.


Il colore rosa è stato giudicato indecoroso: forse perché troppo femminile per essere associato ad una divisa? La nostra cultura tende a definire il colore rosa come un colore di serie b, da decenni associato all’essere femmine. Eppure, non è sempre stato così, basti pensare al film “Il Grande Gatbsy”, in cui Leonardo Di Caprio compare vestito con un completo proprio di questo colore. Il rosa, infatti, essendo una delle gradazioni di rosso, in origine è stato spesso scelto per gli uomini: il colore primario da cui deriva esprime potere e, anche se in maniera più soft, questo valore è rappresentato anche dalla sua nuance più chiara. Differentemente, invece, il celeste è stato considerato un colore simbolo di femminilità, perché accostato al velo vergineo della Madonna. Il cambiamento arriva a partire dagli anni Trenta: nei contesti lavorativi gli uomini iniziano ad indossare abiti sempre più scuri, mentre i colori, soprattutto quelli pastello, vengono utilizzati soprattutto per bimbi e bimbe e nelle case dove, all’epoca, generalmente le donne trascorrevano la maggior parte della loro vita. Ancora interscambiabili nei decenni precedenti, il blu e il rosa cominciano ad essere associati al sesso delle persone. Da una parte, secondo alcuni, sarebbe la nascita della bambola Barbie a far virare il rosa (e tutte le sfumature) verso l’universo femminile, ma già da più di un secolo prima l’associazione maschile con il blu e quella femminile con il rosa era già in voga. In uno dei classici della letteratura, Piccole donne di Louisa May Alcott, viene presentata l’usanza, proveniente dalla Francia, di mostrare un fiocco blu per la nascita di un figlio maschio e uno rosa per quella di una femmina. Da qui è stata una lunga discesa: il dualismo rosa-celeste ha presto preso piede nella moda, negli accessori e ha iniziato a contraddistinguere i componenti della società. A poco è servita la trovata dei Barbapapà, cartone animato realizzato a metà anni Settanta in cui il papà e di colore rosa e la mamma di colore nero. Negli Ottanta la differenziazione aumenta, anche nella più tenera età, già a partire dai giocattoli, si consolidano, complice anche la diffusione della diagnosi prenatale che ha permesso di conoscere il sesso del nascituro prima della sua venuta al mondo.


Qualche anno fa, nel 2017, grazie anche all'accostamento con il video realizzato da Jake Dypka, è divenuta virale sui social la poesia scritta da Hollie McNish, Pink or blue.


Partendo dal dualismo fra rosa e celeste vengono analizzate le abitudini e i comportamenti suggeriti alle ragazze e ai ragazzi fin da quando sono piccoli. La poesia, recitata in poco meno di tre minuti, mostra i capisaldi su cui si fonda la cultura patriarcale, alle origini di quella mascolinità tossica che rende vittima anche gli uomini, oltre alle donne. Il ritmo di lettura del pezzo, a mano a mano che si procede, diventa sempre più serrato e veloce, fino a provocare un senso di confusione e soffocamento in chi sta guardando e si conclude con: “Babes born in naked flesh. Welcome to the world.”


Hollie McNish, nella sua Pink or Blue, ci ricorda così che “i neonati nascono in carne cruda” e che i colori non hanno genere.


Articolo a cura di: Beatrice Tominic




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