La fluidità dei moduli: e se fosse l'ago della bilancia?

Aggiornato il: lug 14

Dopo l’articolo di marzo, su un tema molto caldo come quello della costruzione dal basso, questo mese mi voglio soffermare invece su un aspetto che a mio parere incide molto sull’ andamento in Europa dei club italiani, legato sia alla mentalità che all’impostazione tattica delle squadre: la fluidità dei moduli.


Con il passare del tempo, nello scenario europeo, si sta sempre più perdendo l’importanza del modulo di gioco visto come uno schieramento numerico che identifica ruoli e competenze e, spesso, anche movimenti prefissati dei calciatori. La necessità di movimenti continui per smarcarsi e occupare gli spazi nella fase offensiva conduce alla scomparsa di uno schieramento numerico che possa essere rispettato in maniera fedele.


La disposizione numerica di una squadra, intesa come 4-4-2 piuttosto che 4-3-3, inizialmente veniva definita in base allo schieramento dei calciatori in fase difensiva ma valeva solamente per le squadre che adottavano la marcatura a zona mentre, per le formazioni che utilizzavano le marcature a uomo, erano di più difficile identificazione poiché variavano a seconda della disposizione degli attaccanti avversari. In fase offensiva, invece, gli schieramenti mantenevano le stesse posizioni poiché il sistema di gioco era molto statico e si basava su giocate prestabilite.


Nella foto si vede chiaramente il 5-3-2 dell'Inter.

Negli anni ’90 ci sono stati i primi cambiamenti poiché la marcatura a zona si è progressivamente integrata con quella a uomo, dando vita a sistemi difensivi in cui l’attenzione per gli spazi si è mescolata al controllo degli avversari, quindi la posizione da assumere non è dipesa più solo da quella del pallone e dei compagni ma anche da quella degli avversari da marcare. Allo stesso tempo, però, è chiaro che le squadre con schieramenti posizionali sono più pronte a riproporre velocemente la fase offensiva avendo dei riferimenti immediati. Quindi la possibilità di poter sfruttare contemporaneamente entrambi i vantaggi ha sminuito sempre più l’importanza dei sistemi numerici a favore dei sistemi fluidi. L’identità di una squadra si va sempre più discostando dal modulo avvicinandosi, invece, ai princìpi di gioco. Le formazioni non sono più statiche ma rispecchiano i concetti del proprio allenatore e le strategie che intende utilizzare per disputare la partita.




Per favorire la fluidità dei moduli, attraverso un gioco basato sui princìpi, è vitale la predisposizione di ogni calciatore, sia tecnico-tattica che cognitiva, ad interpretare più ruoli nella stessa partita sapendo collocare e scindere ogni singola situazione tattica. Il ruolo, quindi, non è legato alla posizione in campo ma alla funzione di ogni calciatore all’interno dell’assetto strategico della squadra che non dipende dal modulo di base ma dalla ricerca dei princìpi di gioco. Nel calcio moderno il modulo è solo uno strumento da utilizzare per attuare i princìpi di una squadra; spesso, infatti, vediamo come la stessa squadra cambi più assetti posizionali nel corso della medesima partita e come lo stesso giocatore vada ad occupare zone di campo totalmente differenti a seconda delle problematiche che pone la singola partita.



Tutto questo è molto evidente nei top club europei, come possiamo ammirare nella Champions League, dove squadre come Manchester City, PSG o Bayern Monaco sono un esempio lampante di ricerca continua di spazi e movimenti. Stiamo assistendo ad esempio all’evoluzione di Cancelo, che in Italia spesso non giocava perché ritenuto non pronto tatticamente, che con Guardiola ha trovato una dimensione totale.



Tra le squadre italiane, quelle più vicine al modello europeo sono probabilmente la Juventus, che varia sistema a seconda delle fasi del ciclo del gioco, ma non trovando grandi risultati in Europa, la Roma che probabilmente possiede i calciatori più duttili e interscambiabili, e il Sassuolo di De Zerbi e lo Spezia di Italiano, che sono quelle che esprimono al meglio il concetto della fluidità però non partecipano alle competizioni europee.



In conclusione, la mia idea è che quella che per decenni è stata la forza dei club italiani rispetto a quelli esteri, ovvero l’estrema organizzazione tattica, sta per diventarne il limite, di fronte a squadre imprevedibili e a giocate sempre meno codificate, dove la differente qualità dei singoli fa finalmente la differenza, a favore dello spettacolo.


Articolo a cura di: Danilo Polito



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