La disparità di genere al vertice dei partiti politici

Nonostante i numeri evidenzino un miglioramento, segno di una maggiore consapevolezza culturale e sociale, l’Italia è ancora ben lontana dal raggiungimento della parità di genere in politica e al vertice delle organizzazioni partitiche. Purtroppo, è abbastanza evidente: le donne sono sottorappresentatein politica e nelle assemblee legislative. E, si badi bene, non è una questione da liquidare, rapidamente e con nonchalance, con un cenno sprezzante alle – tanto criticate – “quote rosa”: solo un approccio superficiale potrebbe portare a tali conclusioni, senza rendersi conto delle notevoli implicazioni economiche, giuridiche e sociali di tale diseguaglianza.



Qualche indicazione costituzionale e sovranazionale

La legge costituzionale n.1/2003 ha modificato l’art.51 della Costituzione, che ora recita: “Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.” In questa prospettiva, la preoccupazione del legislatore costituzionale è stata molto chiara, cioè indicare la strada per rendere possibile la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.” Siamo perfettamente nel solco tracciato dall’uguaglianza sostanziale.

A livello europeo, invece, la Carta di Nizza (Carta dei diritti fondamentali dell’UE) prevede che la parità tra uomini e donne debba essere garantita in ogni settore e che il principio della parità di genere non sia un ostacolo all’inserimento o al mantenimento di misure che avvantaggino il sesso sottorappresentato.


I numeri delle disparità in Europa

L’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE) ha raccolto i dati riguardanti la presenza delle donne ai vertici dei partiti principali (quelli che hanno totalizzato almeno il 5% nei seggi parlamentari nazionali) dei 27 paesi membri dell’UE: i leader – come tali, lo studio indicava i presidenti, segretari, capi politici, coordinatori – dei partiti presi in considerazione, sono al 73% uomini e al (quasi) 24% donne. I paesi che non presentano alcuna donna al vertice delle organizzazioni partitiche sono ben sei, cioè Francia, Malta, Polonia, Romania, Croazia e Repubblica Ceca; di contro, i paesi nordici – come spesso qualcuno, nel corso della pandemia, ha fatto notare – registrano i risultati migliori: infatti, le donne a capo di un partito in Finlandia sono il 66,7%, in Svezia il 57,1% e in Danimarca il 50%. La media europea non è per nulla brillante, attestandosi al 26,1%, pur avendo registrato un aumento rispetto al 16% del 2021.


La situazione italiana

E l’Italia? Nel 2021, nel bel paese sono 2 su 7 le donne al vertice dei principali partiti; infatti, ricordando che, come tali, si indicano soltanto quelli con più del 5% dei seggi parlamentari e che, come leader, si intendono il Presidente, il coordinatore o il segretario, soltanto Giorgia Meloni – Presidente di Fratelli d’Italia – e Teresa Bellanova – coordinatrice di Italia Viva – rivestono un ruolo primario nei partiti di riferimento. La media italiana, con un 28,6%, si attesta leggermente al di sopra di quella europea.

Inoltre, lo studio dell’EIGE considera anche i vice (presidenti, coordinatori o segretari) e, nell’ultimo anno, è possibile individuare Irene Tinagli, vicesegretaria del Partito Democratico e anche Paola Taverna e Alessandra Todde, vice dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel Movimento 5 Stelle – anche se nominate a fine anno, quindi non rientranti nello studio.


Cosa fare?

Chiaramente, un fenomeno così rilevante, quale la disparità di genere al vertice delle organizzazioni partitiche, che involge le diseguaglianze non soltanto squisitamente politiche, difficilmente può essere analizzato a fondo in un breve articolo; né, tantomeno, può essere questa la sede per trovare soluzioni adeguate, le quali andrebbero discusse naturalmente nelle sedi parlamentari, aprendo un dibattito serio e costruttivo che coinvolga sempre di più le formazioni sociali.

La sottorappresentanza femminile negli organi politici non è una questione lontana dal quotidiano, senza alcuna ricaduta pratica; le donne, infatti, sono più della metà dell’elettorato e il principio dell’uguaglianza sostanziale richiede che siano equamente rappresentate nelle sedi partitiche e, più in generale, politiche.

Parlare di “battaglie di parte” non ha alcun senso: l’uguaglianza riguarda tutti, uomini e donne.


Articolo a cura di: Elenio Bolognese

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