La creazione – Begotten (18+)

«Portatori di linguaggio, fotografi, scrittori di diari, Voi con le vostre memorie siete morti, congelati. Persi in un presente che non smette mai di trascorrere. Qui vive l’incanto della materia. Un linguaggio in eterno».



Ad oggi abbiamo tutti ben chiaro il ruolo del genere Horror e le sue caratteristiche, talmente potenti da indurre al voler di più: voler vedere, voler sapere e al volersi spaventare, per provare quell’adrenalina, quella sensazione di panico che però possiamo ancora controllare, semplicemente chiudendo gli occhi o tappando le orecchie, eppure coesistendo anche con la reazione contraria: il panico, la disperazione, lo sbigottimento.

Il cinema ne ha fatti di passi avanti e non peccherà mai di mostrare novità che a fatica si identificano, un po' per la loro grandezza e un po' per la loro stranezza, soprattutto se ciò che ci troviamo a guardare è una rottura fuori dagli schemi.


Begotten, participio passato di “to beget” (generare, creare) lo fa e ci riesce bene. Parliamo di un lungometraggio di settantadue minuti, una pellicola pubblicata nel 1991, scritta, diretta e prodotta dal regista Edmund Elias Merhige.

Ciò che rende affascinante e a contempo disturbante la messa in scena del film è la privazione di un qualsiasi dialogo e suono umano, la sofferenza dei personaggi e della cruda vicenda sembra non poter essere espressa in maniera sonora, ma anzi ciò che l’orecchio afferra sono i suoni della natura ripetuti in loop, gli uccelli che volano e che starnazzano nella scena iniziale ricreando un’atmosfera primitiva, selvaggia, l’andamento di una marcia funebre. Anche la scala dei colori e dei grigi sono assenti, non sono presenti giochi di chiaroscuro, ma la scelta sperimentale fu quella di adottare il solo bianco e nero volutamente sporchi, imperfetti, rovinati, cancellando così tutte le ombre e ostentando la precisione delle immagini. È per questo che l’unico volto che vediamo, il primo, ci è estraneo, innaturale, disumano, giacché non ne riconosciamo i tratti. Prima di prendere visione di un film come questo, è consigliata una preparazione: una mente aperta, la voglia d’indagare oltre l’immagine e la curiosità necessaria che spinge ad informarsi a seguito della visione.

Non si tratta di un gioco tuttavia, o di una provocazione, la sinossi che viene proposta dalla rete non è altro che la manifestazione di un’atroce creazione e un’umanità che viene “disumanizzata” da una meticolosa e agghiacciante cattiveria gratuita. Ebbene sappiate, non è solo questo.


È d’obbligo rendervi al corrente delle immagini, per lo meno le prime, che vedrete (se lo vorrete): un personaggio mascherato si induce il suicidio aiutandosi con un vecchio rasoio; una volta deceduto una donna emerge dal suo ventre e operando un atto di masturbazione al cadavere rimane incinta. Il parto viene mostrato poco dopo e la creatura che viene alla luce sarà una figura deforme in continuo tremore. Non temete per i volti, non vengono mai mostrati, ma dai corpi si comprende la fattezza, l’intenzione e la problematica. In seguito i due superstiti tenteranno di fare parte di una tribù di “uomini” incappucciati, che però non faranno altro se non seviziarli in qualsiasi modo concepito dalla mente malata, purtroppo umana. Scene piuttosto crude.

Solo a posteriori ci renderemo conto che altro non si tratta di Dio, Madre Natura e il figlio della Terra: è dunque l’uomo a martoriare la creazione stessa…


Ma da dove si comincia a concepire questa nuova idea di cinema? Deriva dal teatro sperimentale, gli impulsi primordiali, in particolare, dall’ammirazione per il drammaturgo Antonin Artaud e per il regista David Lynch (il produttore di The Elephant Man) lo studio durò per sei anni fino ad essere messo in mostra solo nel 1991, grazie ad un lavoro meticoloso: ogni minuto di film ha richiesto un lavoro di post-produzione di circa dieci ore.

L’esperienza proposta è più una presa di visione, piuttosto che l’immersione nella storia vera.


Il significato è soggettivo a seconda di ciò che lo spettatore vede e sa cogliere, c’è di fondo una denuncia ambientalista, una denuncia all’inconsapevolezza e all’ignoranza del commettere atti inauditi. Il compito dell’umanità sarebbe quello di mantenere viva la Luce e scacciare il Buio che “acceca”.

Proprio alla fine del film, l’ultima immagine mostrata è lo sbocciare di una piccola pianta.

La promessa di una rinascita.

La speranza che si fa largo e che non muore, non ancora.


Articolo a cura di: Matilda Balboni



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