“La città dei vivi” fra cronaca e letteratura

Non avevamo a che fare con dei serial killer. In teoria, erano persone normali.


Il 4 marzo 2016, a Roma, nel quartiere del Collatino, il ventitreenne Luca Varani venne brutalmente ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato, due ragazzi poco più grandi di lui. Prima di essere ucciso, Luca Varani venne drogato e poi torturato per ore.



Come si arrivò a quel punto? Quali erano i moventi, se ce n’erano? Chi era la vittima, chi erano gli assassini?


Nel tentativo di rispondere a queste domande, Nicola Lagioia dedicherà quattro anni della sua vita a questo caso, parlando con i familiari e amici sia di Luca Varani che di Foffo e Prato, leggendo i verbali, le dichiarazioni ufficiali, le interviste, le sentenze; addirittura con Manuel Foffo avrà uno scambio epistolare. Un accuratissimo ed esaustivo lavoro di ricerca il cui risultato finale è il libro “La città dei vivi”, uscito per Einaudi nel 2020.


“La città dei vivi” è molto più di un reportage o di un’indagine; si ispira piuttosto al genere del true crime, i cui pionieri furono Truman Capote con “A sangue freddo” e Emmanuel Carrère con “L’avversario”.



L’omicidio di Luca Varani è estremamente complesso e stratificato, intreccia vari piani e vari temi, come quello della droga, del sesso, della prostituzione, delle classi sociali, ma anche componenti psicologiche: la dipendenza, la manipolazione, la perversione.


Il delitto suscitò fin da subito scalpore poiché, in apparenza, sembrava privo di movente.


La vittima e gli assassini si conoscevano a malapena: quando il giorno dopo l’omicidio Manuel Foffo confessò, e gli venne chiesto il nome della vittima, lui rispose “Non lo so.” Quando gli chiesero perché avesse ucciso Luca Varani, ripeté “Non lo so.”


Fu difficile inoltre ricostruire la dinamica dell’omicidio. Le versioni di Foffo e Prato divergevano, i due colpevoli si accusavano a vicenda. Ognuno dei due sosteneva che era stato l’altro a infliggere il colpo fatale, quello che avrebbe ucciso Luca.


I loro atteggiamenti nei confronti dell’omicidio, del processo e del carcere furono diversissimi, quasi opposti. Foffo si mostrò collaborativo, Prato spavaldo. Foffo fu condannato a trent’anni di carcere, Prato si suicidò prima del processo.


Quello che di certo li accomuna è l’estraneità al delitto che avevano compiuto. Loro stessi non seppero spiegare perché l’avevano fatto. Indubbiamente l’enorme dose di cocaina assunta insieme all’alcol contribuì, eppure essa, da sola, non poteva bastare a rendere così violenti dei ragazzi assolutamente “normali”.


Manuel Foffo e Marco Prato inoltre, a differenza di Luca Varani, facevano parte di una classe agiata. Marco Prato aveva frequentato l’università, vissuto a Parigi, e a Roma faceva il pr nei locali. Manuel Foffo lavorava nel ristorante del padre e sognava di fondare una startup. Luca Varani invece era figlio di un venditore ambulante, lavorava in un’officina ed era perennemente a corto di denaro, che spendeva alle slot machine.



Lagioia scava a fondo nel contesto sia della vittima che degli assassini, non per giustificare ciò che fecero, ma per comprendere. “La città dei vivi” infatti è anche e soprattutto un romanzo che si interroga sul male, sulle sue ragioni.


Nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono. Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate ogni volta dalle mani di un dio. Il sentimento del comico nasce da questa sproporzione.


Lo sfondo della tragedia in questo caso è appunto Roma, grande protagonista. Roma città eterna, pervasa di storia e di bellezza, ma con un lato oscuro e decadente su cui l’autore si sofferma spesso, descrivendo l’immondizia per strada, i topi, i gabbiani, le buche nel terreno, gli autobus che non passano. La Roma centrale e quella triste delle periferie.



L’incipit del libro, dove le biglietterie del Colosseo vengono chiuse perché dal soffitto cola il sangue di un topo morto, è estremamente calzante proprio perché racchiude le due anime opposte della città.


C’è un ultimo motivo che fa di “La città dei vivi” un grande libro, ed è il non considerare mai Prato e Foffo dei mostri. Quando chiamiamo qualcuno “mostro” rinneghiamo la sua umanità: è un modo per distaccarci da quello che è avvenuto, per pensare che a noi non potrebbe mai succedere. Farlo è facile e rassicurante. Ma “La città dei vivi” non è un libro facile.


Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice? È sempre: ti prego fa che non succeda a me. E mai: ti prego fa che non sia io a farlo.


Articolo a cura di: Maria Luisa Da Rold



6 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti