La Chiesa di Santa Maria al Monte tra epoche e leggende

“Una lingua di fuoco uscita dal Santo Ciborio andò a cogliere in pieno petto l'audace e sacrilego francese da bruciargli gl'abiti e la faccia. Di che spaventato gittandosi a terra gridava "Mon Dieu! Mon Dieu!". Tosto la chiesa fu empita di denso fumo e fra il comune stupore cessò il vandalismo.”



Immaginate di percorrere Via Po, una delle vie più frenetiche di Torino, di arrivare in piazza Vittorio Veneto e poi superare il Po, ecco che appena più su, sulla destra, vedreste ergersi in tutto splendore la Chiesa di Santa Maria al Monte, sul Monte dei Cappuccini. Si tratta di un luogo che nel corso della storia ha visto e conosciuto antiche culture, nobili casate, a partire dagli antichi romani fino ad arrivare ai Savoia e ancora ai frati che tutt’oggi la custodiscono con cura.


Verso la fine del XVI sec. fu il Duca di Savoia Carlo Emanuele I a donare all’Ordine dei frati minori Cappuccini il territorio riguardante il monte, affinché costruissero il convento e la chiesa, dedicandoli alla Vergine Maria. I lavori ebbero inizio già nel 1583 seguiti dall’ingegnere Giacomo Soldati, il cui progetto riprendeva uno stile architettonico tardo-rinascimentale. A causa di una prima ondata di peste i lavori vennero interrotti, per poi essere riavviati nel 1611 da Ascanio Vitozzi che prima completò il progetto della chiesa per poi passare ad uno stile più manierista aggiungendo al progetto un tamburo ottagonale in muratura su cui posò una cupola in piombo. Dopo la morte di Vitozzi fu Carlo di Castellamonte a prendere in mano le redini dei lavori, decorando gli interni ora in stile barocco e progettando l’altare maggiore più quelli laterali in marmi policromi. Il tutto fu concluso dal figlio Amedeo, a seguito della seconda epidemia di peste.


Data la vista e l’altezza rispetto alla città, il monte fece gola all’invasione francese, in quanto punto strategico. Ma leggenda vuole che una volta vinta e superata la resistenza del popolo, l’armata francese entrò nella chiesa con l’intento di saccheggiarla ma una lingua di fuoco si innalzò dal tabernacolo, in difesa delle ostie consacrate. Ecco dunque che tal prodigio eucaristico altro non fece che arrestare l’invasione francese sul monte. Consacrata poi nel 1656, successivamente venne bombardata due volte da palle di cannone nel 1706 e poi 1799. Non ci furono lunghi momenti di quiete, in quanto in epoca napoleonica vennero soppressi gli ordini monastici e cessò l’esistenza del convento; anche durante la Seconda Guerra Mondiale i danni furono notevoli. Ma le sorprese non finirono, giacché durante i lavori di restauro nel 1989 furono rinvenuti due scheletri: uno (Padre Cherubino Fournier da Maurienne) all’interno della chiesa e l’altro (Conte Filippo d’Agliè) nell’orto del convento.


L’interno della chiesa, a differenza dell’architettura esterna, è visibilmente più ricco e ornato. Sui due altari laterali, di San Maurizio a sinistra e di San Francesco a destra, sono posti due oli su tela ritraenti sempre a sinistra il martirio del santo a cui venne dedicato l’altare, mentre dal lato apposto il frate d’Assisi.

Noterete la ricca e dorata prospettiva lignea posta sull’altare centrale e dunque la tavola da lei incorniciata raffigurante “La Gloria”. Ma per scoprire quanti altri segreti, tra cui le spoglie di Sant'Ignazio da Santhià, si nascondono sul Monte non vi resta che partire per Torino e iniziare la scalata, chissà che in cima non vi sia uno dei tanti frati pronto a svelarvi i retroscena della storia.


Articolo a cura di: Matilda Balboni




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