L’Unione Europea e la questione polacca

La Polonia, di recente, sembra aver superato l’Ungheria nel contrasto feroce alle norme del diritto europeo, assurgendo a portabandiera dell’antieuropeismo di chi vuol cambiare l’Unione da dentro”.


Varsavia non riconoscerà più uno dei principi fondanti dell’Unione Europea, cioè il principio del primato del diritto europeo su quello nazionale: infatti, la Corte Costituzionale polacca ha stabilito che ogni atto normativo dell’UE, per ricevere applicazione in Polonia, dovrà rispettare la legge nazionale. Polexit all’orizzonte? Non ne sarei così certo.



Quando è nato e in cosa consiste il principio del primato del diritto UE?

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha fissato il principio del primato del diritto dell’Unione nella sentenza del 15 luglio 1964 Costa contro Enel, evidenziando che il diritto prodotto dalle istituzioni europee si integra negli ordinamenti giuridici degli Stati membri, che sono tenuti a rispettarlo.


Pertanto, se una norma nazionale contrasta con una disposizione europea, gli Stati membri sono tenuti ad applicare la disposizione europea: di conseguenza, il diritto nazionale non è né annullato né abrogato, ma “non applicato”, cioè la sua forza vincolante viene sospesa.


Polonia e UE

Il rapporto travagliato tra la Polonia e l’Unione, però, perdura ormai da diversi anni; infatti, il partito Diritto e Giustizia, al governo dello Stato, è ben noto per le sue posizioni autoritarie e, in particolare, per aver compromesso (a detta delle Istituzioni dell’UE) l’indipendenza della magistratura svariate volte – motivo per cui, tra le altre cose, la Polonia ha subito diverse procedure di infrazione.


La recente sentenza – il vero e proprio casus belli – riguarda il Trattato sull’Unione Europea, i cui articoli 1 e 19 sarebbero incompatibili con la legge polacca; un passaggio della motivazione sancisce che «nel sistema giuridico polacco, il Trattato sull’Unione Europea è subordinato alla Costituzione, e come ogni norma del sistema polacco deve essere conforme».

La Polonia, secondo alcune voci, avrebbe inscenato questa “commedia” per riuscire ad ottenere lo sblocco dei fondi europei: infatti, la Commissione Europea, di recente, aveva bloccato i fondi del Recovery Fund, a causa delle posizioni più che ambigue – manifestate a più riprese dal Governo polacco – riguardo l’indipendenza della magistratura e dei tribunali polacchi. Pertanto, la sentenza della Corte Costituzionale rappresenterebbe una sorta di “minaccia” di non voler più rispettare le norme europee, nel caso in cui l’Unione non si decidesse a sbloccare l’erogazione dei sostegni.



La Polexit

Polexit: sì o no? Verosimilmente no, per due motivi: in primis, la maggioranza dei polacchi – giustamente – non ha alcuna intenzione di uscire dall’Unione Europea; in secondo luogo, al di là delle dichiarazioni di comodo di Morawiecki, e cioè “per noi l’integrazione europea è una scelta di civiltà; noi siamo qui, questo è il nostro posto e non andiamo da nessuna parte: vogliamo che l’Europa ridiventi forte, ambiziosa e coraggiosa”, il premier polacco vede l’Unione come una sorta di El Dorado: non esiste solidarietà, non esiste “unione” – basti pensare alle proposte sull’immigrazione, alle quali sono disinteressati gli stati del blocco di Visegrad – se non in nome del denaro. Alla fine della fiera, per alcuni Stati, sembra che la partecipazione all’Unione Europea – lungi dal presentare uguali diritti e doveri – si riduca soltanto all’utilizzo dei fondi pandemici e strutturali.


Quale futuro per l’Unione, con questi presupposti?


Articolo a cura di: Elenio Bolognese



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