L’ultima campanella è suonata!

Luigi Pirandello.

Da La Riviera Ligure, agosto 1905, n. 73.

Avevo un giorno un pajo d’occhiali verdi; il mondo vedevo verde e gajo, e vivevo giocondo.

M’abbatto a un messer tale dall’aria astratta e trista. — «Verdi? — mi dice. Ti sciuperai la vista.

Sú, prendi invece i miei: vedrai le cose al vero!» — Li presi. Gli credei. E vidi tutto nero.

Ristucco in poco d’ora d’un mondo cosi fatto, buttai gli occhiali, e allora non vidi nulla affatto.



La classe si svuota, l’ultima campanella anche quest’anno è suonata, gli alunni corrono verso le loro vacanze. Un teatro che si perpetua ogni anno con gli stessi rituali: generazioni che tramandano il senso del vivere fra i banchi di scuola alla ricerca di quel Senso che la vita in qualche modo poi restituisce. E ogni anno una conquista.


La classe si svuota, l’ultima campanella è suonata, i docenti raccolgono le speranze dell’anno trascorso e si tolgono per un momento gli occhiali. Tutto intorno una gran confusione e, nella miopia, una nebbia generale che sa solamente porre domande. Il maestro non solo indica cosa vedere e la direzione verso cui porre lo sguardo ma, a sua volta, guardando gli occhi di chi ha davanti, guarda quella stessa direzione da una nuova e sempre diversa prospettiva.


Gli occhiali –anche quelli di Pirandello- come strumento per vedere il mondo: un filtro verde, nero, giallo… un invito ad osservare purché non si imponga cosa vedere, ma si porga l’attrezzo per poter spaziare, scoprire, dare vigore. Ovunque, anche oltre i banchi, occhi che vedono ciò che sanno vedere e chiedono di poter vedere ciò che ancora non sanno. E non solo: occhi che implorano di essere notati, sguardi che frugano il presente e reclamano di poter trovare un proprio ruolo in questo mondo che troppe volte lascia il vuoto dell’inspiegabile.


In epoca contemporanea, l’educazione è quel processo attraverso cui l’educando apprende ciò di cui è privo. Una sorta di tabula rasa – direbbe Aristotele- da riempire di conoscenze: educare significa quindi, in questo senso, aiutare qualcuno a diventare ciò che è dando logica al processo di cambiamento in divenire con l’apprendimento stesso. Il termine educare ha però un’etimologia diversa: dal latino ex ducere ovvero condurre fuori, ovvero porre verso l’esterno tutto ciò che già è presente nell’individuo; dare, in altri termini, un senso autentico a ciò che si è. Fin da Socrate e Platone la teoria dell’educazione pone il metodo di rendere manifesto ciò che in potenza è già nel soggetto. Socrate nello specifico interroga con ironia i suoi adepti, si pone dalla parte di chi non ha responsi per ottenere riscontri da coloro che credono di non sapere ma hanno già, invero, le risposte in sé. Educare diventa, in questo senso, anche -e forse soprattutto- un’arte (c.d. ars maieutica) e consiste appunto nello stimolare continuamente l’essere affinché emerga nella sua più autentica forma permettendo così la realizzazione di quella personalità che ciascuno di noi si porta dentro e appresso.


L’insegnante, indossando di nuovo e sempre gli occhiali, si pone in ascolto di sé e di ogni sé: a dispetto del tempo e delle generazioni che cambiano, degli eventi che deludono, della storia che spaventa e di un progresso che paradossalmente offre troppo spesso scarse prospettive… il buon maestro sa trovare la speranza anche quando gli occhi di coloro che lo guardano si perdono e attorno non vedono più nulla. Ecco, il maestro nel tentativo di mettere a fuoco, sa porgere quelle lenti – a volte verdi o gialle altre volte nere- fiducioso che ogni seme di curiosità possa farsi via via gradino.


Articolo a cura di: Lisa Bevilacqua

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