L’innatismo. Leibniz, Locke e la scienza moderna

Se nel primo articolo ho parlato della filosofia di Platone, in relazione alla politica, e nel secondo di come un autore del II secolo d.c., quale Apuleio, fosse influenzato dal pensiero platonico, questa volta intendo parlare di un filosofo che nella sua opera più importante ha usato la tecnica dei dialoghi platonici per esprimere i suoi concetti filosofici.

Sto parlando di Gottfried Wilhelm Leibniz e del suo scritto Nuovi saggi sull’intelletto umano (puoi acquistarlo cliccando qui, in questo modo sosterrai la rivista).


Sembra un paradosso, ma il fondatore della logica formale moderna, lo scopritore del calcolo differenziale e del regolo calcolatore, fa suo un metodo antico per confrontare il proprio pensiero con quello contenuto nel Saggio sull’Intelletto di John Locke.

I personaggi dei suoi dialoghi, Teofilo e Filalete, sono portavoce il primo della propria concezione filosofica e l’altro quella di Locke. e al tempo stesso stanno a rappresentare l’affinità del pensatore inglese al sistema Aristotelico e quella del pensatore tedesco al sistema Platonico.

In questo articolo ci soffermeremo essenzialmente sopra uno dei concetti più importanti e contrastanti della disputa tra i due filosofi, ovvero quello dell’innatismo.


Le nostre differenze vertono su argomenti di una certa importanza. Si tratta di sapere se l’anima in se stessa è assolutamente vuota come una tavoletta sulla quale non sia stato ancora scritto nulla (tabula rasa), secondo il parere di Aristotele e dell’autore del Saggio (Locke) e se tutto ciò che ci è impresso derivi unicamente dai sensi e dall’esperienza; oppure se l’anima contiene originariamente i principi di più nozioni e dottrine che gli oggetti esterni risvegliano soltanto in determinate occasioni, come io credo con Platone e la Scuola e con tutti coloro che intendono in questo senso il passo di San Paolo (Rom. 2,15), in cui egli osserva che la legge di Dio è scritta nei cuori. (Leibniz, prefazione ai Nuovi Saggi).


Le idee sopra queste due differenti concezioni ovviamente coinvolsero anche altri filosofi, come David Hume che appoggerà il pensiero di Locke, e Spinoza secondo il quale le idee innate, prima oscure e confuse, si risvegliano con l'esperienza, diventano chiare e distinte e rappresentano i principi logici.

Come si direbbe in questi casi in cui ci sono pareri contrastanti, ai posteri l’ardua sentenza.


Vediamo allora cosa ne pensa la scienza moderna.

La contrapposizione tra i pro-innatismo e i contro-innatismo diventa anche una contrapposizione tra deterministi genetici, ovvero tra coloro che pensano che i nostri comportamenti siano conseguenza dei nostri fattori genetici e quindi non possediamo libero arbitrio, e gli indeterministi che invece credono al libero arbitrio in quanto affermano esistere un fattore che non è sottoposto alla legge della fisica e che ci consente di prendere liberamente le nostre decisioni.

Se ci limitassimo a indagare come si acquisisce e produce un linguaggio non potremmo che prendere in considerazione le idee di Noam Chomsky. Il linguista americano nel 1965 sviluppò una teoria secondo la quale l’acquisizione del linguaggio, non avviene per imitazione di quello adulto, ma è un processo attivo che parte da una serie di conoscenze innate che ogni individuo utilizza per apprendere regole grammaticali, verificate successivamente con la pratica.

Secondo questo assioma, quindi, ogni individuo contiene al suo interno una serie di regole logiche e grammaticali generali che permettono non solo l’acquisizione, ma anche la produzione del linguaggio.


Passando dal particolare al generale e tagliando fuori per ragioni di spazio moltissime ricerche fatte, come esemplificazione dell’evoluzione sul tema delle conoscenze innate, vogliano parlare brevemente delle scoperte più o meno recenti effettuate sul D.N.A. umano.

Dalle nuove ricerche nel settore della genetica e della biologia molecolare si evince, come molto spesso accade, che la storia su chi nega l’innatismo e chi invece ne asserisce l’esistenza sta in una via di mezzo.

Geni ed ambiente, anche se non facili da valutare separatamente, possono avere una influenza reciproca e interconnessa.

Per esempio così come i geni possono avere un’influenza diretta sui comportamenti scorretti ed estremi, ugualmente i comportamenti asociali possono influenzare la distribuzione di questi geni disturbanti nella popolazione, causa il principio di ereditarietà.


Possiamo aggiungere che le scoperte finora fatte non hanno ancora dimostrato che ci sia una diretta connessione tra alcuni geni e i comportamenti aggressivi, estremi e antisociali di un individuo, ma piuttosto asserire che siamo ancora nel campo della probabilità. Altresì è tuttavia possibile sostenere che il nostro genotipo non sia qualcosa di preordinato e stabile senza alcuna possibilità di mutazione, ma qualcosa in evoluzione e che tale evoluzione è condizionata dalle esperienze negative e positive e dall’ambiente nel quale viviamo.


Articolo a cura di: Marco Tempestini



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