L’incontro surreale tra Dalì e Walt Disney

Nel 1922, quando la forza dirompente del Dadaismo si esaurisce, a Parigi André Breton insieme ad altri letterati, fondano il Surrealismo, il più importante e rivoluzionario movimento d’Avanguardia nato negli anni venti.



Il primo manifesto viene scritto e firmato proprio da lui, il quale definisce questa corrente artistica:


Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale”.

In questa espressione risalta la dimensione del sogno e dell’inconscio, della fantasia e dell'irrazionalità: il vero bersaglio del Surrealismo è il pensiero razionale, limitatore dell’inconscio ed argine alla libertà di espressione dell’artista e dell’uomo.


Come nel Dadaismo, il caso è oggetto di una vera e propria religione artistica ma, oltre che essere elemento scardinatore, contrario del “voluto”, del progetto fondato, è “rivelatore” poiché mostra parti alle quali la ragione non è in grado di arrivare.


La figura è espressione della parola e anche nel Surrealismo letteratura e arte vanno di pari passo: Breton propone delle analogie, composte da termini sconfinati come ad esempio il celebre “bello come l’incontro fortuito, su un tavolo anatomico, di una macchina da cucire e di un ombrello”.

Il poeta Pierre Reverdy sottolinea che “l’immagine è pura creazione dello spirito. Non può nascere da un paragone, ma dall’accostamento di due realtà più o meno distanti”. Il livello poetico è direttamente proporzionale alla differenza che intercorre tra le realtà prese in esame.

All’interno del grande gruppo di artisti surrealisti è possibile distinguere tre categorie: i nostalgici del Dadaismo come Duchamp, i sostenitori di un surrealismo più “figurativo” come Dalì e Magritte ed i pittori, quali ad esempio André Masson e Mirò, della “scrittura automatica” utilizzata dai poeti del tempo.


In particolare, Dalì con le sue “forme doppie” o con gli “oggetti molli”, crea, nei primi anni trenta, alcune immagini di forte suggestione. Questo artista vuole stupire e le sue opere acquisiscono la struttura “a palcoscenico” tipica di De Chirico: la tela o il contesto diventano il luogo in cui tutto è possibile. Infatti, alla luce di questo pensiero, Dalì, oltre ai tanti dipinti e sculture, si cimenta anche nelle illustrazioni: dalle dodici eliografie dedicate ad “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll alle cento illustrazioni del poema la “Divina Commedia” di Dante.

Una grande collaborazione nasce con il padre di “If you can dream it, you can do it”, Walt Disney. Nel 1945 infatti, l’animatore statunitense e l’artista spagnolo, insieme all’artista americano, designer John Hench ed il compositore messicano Armando Dominguez iniziano a progettare un cortometraggio chiamato “Destino” successivamente accantonato dalla crisi economica avvenuta durante la Seconda guerra mondiale.



Nel 1999, il nipote di Walt Disney, Roy Edward Disney, riprende il progetto e con l’aiuto degli Studios Disney di Parigi nel 2003 nasce un prodotto cinematografico nominato agli Oscar nel 2004, nato dall’unione di “classicità” e “modernità”. La storia, così surreale da risultare crudamente palpabile, vede Dahlia, una ballerina con i tipici tratti da principessa disneyana, ricercare in spazi psichedelici del deserto la sua metà, un essere che personifica il tempo, Chronos. L’unica parte originale creata dall’incontro dei due, è rintracciabile al minuto 5:07, in cui due tartarughe portano sulle rispettive corazze due maschere il cui congiungimento genera la sagoma della ballerina. Diciassette secondi di filmato, nei quali è possibile individuare la complementarietà di due uomini la cui differenza di vedute ha permesso di creare arte. Basti leggere la definizione che Dalì e Walt Disney diedero della storia: il primo “Una magica visualizzazione del problema della vita nel labirinto del tempo”, il secondo “Una semplice storia di una giovane ragazza in cerca del vero amore“.


Ma ciò non deve stupire: la diversità è ricchezza e se dopo più di cinquant’anni, un progetto che sembrava non avere speranze diventa realtà, altro non è che destino.


Articolo a cura di: Emanuela Braghieri



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