L’identità del rap in Italia

Nelle ultime settimane i social media hanno visto schierarsi di alcuni artisti della scena rap a proposito dell’affermazione dell’artista Salmo durante un’intervista. Il rapper sardo, indubbiamente una delle colonne portanti della scena hip-hop italiana, si è espresso, a proposito dell’impatto del rap nostrano all’estero, affermando:


«Perché il rap italiano non viene considerato all’estero? Perché non abbiamo un’identità, non siamo originali: copiamo gli americani, i francesi, i tedeschi e il suono italiano è uguale a tutti gli altri, quindi passa inosservato»,



e ancora


«La maggior parte dei rapper italiani, soprattutto quelli emergenti, si lamentano perché non riescono a trovare una posizione neanche nel proprio Paese. Questo succede perché passate tutto il tempo a cercare di essere dei criminali credibili, però la musica è debole».


Gli artisti che hanno risposto, per la maggior parte, si sono schierati contro Salmo, facendo intendere che le idee e i suoni nuovi, “freschi”, ci sono, solo che, come molte cose particolari, vengono guardati con sospetto – da chi investe nella musica, ma anche da molti ascoltatori - e chi dovrebbe avere il compito di farli conoscere preferisce non esporsi con qualcosa di diverso.


C’è da ammettere, però, che, sempre più frequentemente, gli artisti hip-hop puntano sulla trap, piuttosto che sul rap, convinti di trovare una strada spianata (probabilmente guardando e aspirando ai grandi numeri che stanno ottenendo recentemente i trapper anche in Italia) e questo fa crescere il loro impegno nella costruzione di personaggi forti e realistici, anziché concentrarsi nella cosa più importante: fare buona musica. Questo ovviamente si riflette nei brani, i quali magari inizialmente vengono apprezzati e recepiti come dei tormentoni, ma che, come anche le hit estive, finiscono qualche mese dopo nel dimenticatoio.


Nonostante sia grande il numero di emergenti che si lasciano conquistare dagli ascolti e dalla commerciabilità del prodotto che offrono, il nostro Paese ha anche buoni artisti che aspettano di emergere come meritano, chi per la tecnica e chi per l’originalità. Alcuni di loro sono nella scena underground da molto, come Mezzosangue, conosciuto da anni, ma non apprezzato abbastanza da venire inserito nelle Top delle classifiche musicali; tecniche e sound che riprendono l’hip-hop ai suoi albori, uniti a testi crudi che non risparmiano critiche verso niente e nessuno. Anche Shade è un nome familiare, purtroppo però, non per il motivo giusto. L’artista, infatti, è emerso qualche anno fa grazie ad alcuni tormentoni estivi, per i quali è conosciuto ancora oggi; quelli che molti non sanno, però, è che il rapper torinese ha pubblicato anche tre album, i quali contengono brani tutt’altro che superficiali, trattando anche tematiche, come il bullismo o la malattia, che difficilmente si sentono nominare dagli artisti.


Un altro giovane talento è Anastasio che, uscito da X-Factor, si è fatto una nomea nella scena musicale grazie al capolavoro che gli ha permesso di vincere il talent, il brano “La fine del mondo”, con cui l’artista fa vedere la sua personalità forte e l’indole anarchica, oltre che farsi apprezzare per la sua capacità di scrittura e di “storytelling”. Purtroppo, è, almeno per ora, l’esempio di un fulmine a ciel sereno: stupefacente, ma passeggero; il rapper, infatti, continua a pubblicare brani che purtroppo, però, non sembra riescano a catturare l’attenzione del grande pubblico.


Tra i molti talenti che emergono dalla Capitale, Gianni Bismark si sta pian piano facendo notare grazie alla scrittura chiara e trasparente, che predilige prima la verità del testo e ciò che questo vuole trasmettere, anziché la metrica e gli incastri. Le canzoni sono rudi, grezze, e i testi, mischiati alla voce marchiata dall’accento romano più “sporco”, rivelano l’appartenenza dell’artista a quel rap di strada che trasforma in canzone tutto ciò che vede attorno a sé, curando poco la forma e molto il contenuto.


Per ultimo, è d’obbligo citare Cranio Randagio, il rapper classe ’94 che si è fatto conoscere grazie a X-Factor e che, tristemente, è deceduto per un cocktail letale di droghe nel novembre del 2016. Il nome dell’artista, però, emerge due anni dopo la sua morte, grazie all’album postumo “Come il re leone”, che è entrato nella classifica FIMI ed ha guadagnato più di 3 milioni di ascolti su Spotify. Cranio era il tipo di artista che, se fosse stato più conosciuto, avrebbe potuto dimostrare all’interno dei “big del rap” una consapevolezza su cosa realmente sia il malessere interiore e cosa significa vedere l’abuso di droghe come rimedio all’inadeguatezza e disagio che ancora molti giovani provano. Con tecniche e stile invidiabili, e l’aggiunta della gran versatilità sia nei temi trattati, sia nell’uso della voce, il rapper sarebbe potuto entrare facilmente nelle playlist, e nei cuori, di tutti gli appassionati dell’hip-hop.


Forse Salmo ha ragione o forse la novità in Italia c’è, anche se poco considerata; sicuramente, però, il talento non manca, l’importante è sapere dove cercarlo.


Articolo a cura di: Letizia Malison



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