L’enfer, c’est les autres

La tendenza all'individualismo degenerato è destinata a sfociare in modo inevitabile nella disgregazione sociale: se ognuno si pone separato rispetto agli altri e cerca di approfittarsi di essi, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Molti pensano che questa voglia di elevarsi dalla massa sia stata resa possibile grazie ai social network, ma se il discorso in realtà esistesse da ben oltre un secolo?



La paura del giudizio altrui, di essere dimenticati e la volontà di emergere ed essere ricordati nascono insieme con la società di massa, la quale cambia radicalmente il modo di concepire l'esistenza dell'uomo stesso. Questo malessere generale ha portato a fraintendere la frase più significativa dell’opera teatrale “Huis Clos” (A porte chiuse) del filosofo e scrittore Jean-Paul Sartre: infatti, se l’espressione «l’enfer, c’est les autres» può sembrare una frase misantropa, elogiatrice dell’individualismo, questa sua apparenza inganna benissimo il reale significato. In un mondo in cui Dio è morto e l’uomo deve dare significato alle altre cose, il rapporto con gli altri diventa conflittuale in quanto gli altri uomini vedono la persona non come essa realmente è, ma le danno significati differenti. La condizione di abbandono dell'uomo nel mondo è fondamentale per la responsabilità alla quale è impossibile sottrarsi: infatti, se l’uomo esiste attraverso il giudizio altrui, esso ha quindi la responsabilità totale della propria esistenza, delle proprie scelte. Infatti, sia nella vita reale sia nelle pièces teatrali gli uomini fanno i conti con le loro azioni e il modo in cui esse sono state percepite dagli altri poiché queste azioni influenzano l’umanità intera. Sartre dirà: «E, quando diciamo che l'uomo è responsabile di sé stesso, [...] è responsabile di tutti gli uomini [...] scegliere d'essere questo piuttosto che quello è affermare nello stesso tempo il valore di quello che scegliamo [...] e nulla può essere bene per noi senza esserlo per tutti [...]. L'atto individuale coinvolge l'umanità intera».


Quindi per vivere bene bisogna isolarsi dagli altri e pensare solo a sé stessi?

Sartre non la pensava così e, per spiegare il suo inferno, lo scrittore si serve della forzata interazione dei tre personaggi da lui inventati. Nella sua opera teatrale, infatti, l’azione è ambientata in una stanza senza finestre e specchi, ma ininterrottamente illuminata, arredata in stile Secondo Impero e situata in un palazzo dell’Inferno. I tre inquilini che entrano, Garcin, Estelle e Ines, sono morti da poco e si aspettano di vedere a breve i torturatori con i relativi strumenti per far subire loro le pene che sono state escogitate in base alle azioni malvage da loro compiute durante il breve soggiorno sulla Terra. In realtà, in questa stanza senza nessun giornale, nessun orologio funzionante, nessun oggetto che possa rompersi, nessun secondino, nessuna tortura, i tre personaggi sono destinati a convivere per l’eternità in compagnia della propria coscienza e la possibilità di vedere il modo in cui i propri conoscenti ancora in vita reagiscono alla loro morte, finché essi imparano a tollerare la loro assenza e lasciano sfumare i ricordi ad essi legati. Ciascuno di loro sembra scegliere le torture da dare e ricevere scoprendo che, come dirà Garcin, l’inferno sono gli altri.


Questa espressione è l’amara realizzazione che esistiamo solo attraverso gli altri e che sono i loro giudizi a definirci; se gli altri decidessero di ignorarci o dimenticarci, noi cesseremmo di esistere. Questa è la vera condanna dell’inferno che Sartre intende esprimere con la sua famosa frase: essere relegati al giudizio altrui, consapevoli che nonostante le possibili azioni per apparire migliori, l’ultima parola sarà sempre degli altri e il mondo continuerà con o senza di noi. Tra i tre personaggi è però Ines la prima a realizzare la realtà dei fatti e sarà sempre lei l’unica a capire il motivo per il quale si trova lì, assumendosi le proprie responsabilità. La presa di coscienza di Ines la distingue dagli altri due in quanto non cerca né l’approvazione di Garcin ed Estelle, né la loro compagnia, né il loro perdono, rendendola quasi invulnerabile. Estelle e Garcin sono schiavi dell’opinione altrui e ciò li condanna ad un’eternità di noia e oblio senza assoluzione, condizione che li porta a chiedere a Ines una sorta di perdono, come se questo potesse porre fine al loro soggiorno infernale. Lei però si rifiuta e li obbliga a fare i conti con le loro azioni e il modo in cui esse sono state giudicate dagli altri. Ciò che quindi Sartre intende comunicare quando scrive “l’enfer, c’est les autres” è il senso del giudizio: non si dovrebbe giudicare la vita altrui, bensì la propria, pensando a come affrontare le proprie situazioni, non fuggire da esse e risolverle con azioni estreme. La vigliaccheria è una forma amara per sentirsi appagati, una scappatoia. Le azioni, invece, provano che si vuole qualcosa, buona o cattiva che sia.


Claudia Crescenzi



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