L’effetto spettatore: perché stiamo a guardare

Kitty Genovese era una 29enne americana: non la ricordiamo per la sua vita, ma per la notte in cui morì, le cui inquietanti circostanze divennero subito un caso mediatico.


La notte del 13 marzo 1964 Catherine Susan “Kitty” Genovese fu pugnalata a morte a pochi passi dalla porta di casa sua. Lo “straordinario” nella sua morte è insito nel fatto che l’uccisione durò mezz’ora. L’assassino, infatti, dopo aver sferrato le prime pugnalate si allontanò, perché preoccupato dagli spettatori di quel macabro spettacolo. Ma la fine di quel massacro è la prova che non si sarebbe dovuto preoccupare: nessun passante intervenne, né qualche spettatore dalle finestre dei palazzi circostanti chiamò le forze dell’ordine. Kitty urlò, si trascinò sul portico di casa, cercò aiuto, ma dopo qualche minuto l’uomo tornò indisturbato. La accoltellò di nuovo, la violentò e, una volta finito, le rubò 49 dollari.

Si stima che più di trenta persone assistettero all’assassinio della giovane senza muovere un dito: nemmeno per digitare il 911.


Qualche mese dopo, il New York Times pubblicò l’articolo, firmato Martin Gansberg, che scatenò il dibattito tra politici, sociologi e opinione pubblica. Il pezzo si apriva così: Per oltre mezz’ora 38 bravi cittadini, rispettosi della legge, sono rimasti a guardare un assassino che inseguiva e accoltellava, in tre diverse aggressioni, una donna a Kew Gardens. Per due volte le loro voci e le luci alle finestre l’hanno interrotto e messo in fuga. Per due volte è tornato, l’ha aggredita e l’ha accoltellata di nuovo. Non una di queste persone ha telefonato alla polizia durante il delitto.”


Inizialmente, il fatto fu interpretato come una conseguenza della perdita di valori della società moderna, dell’individualismo e dell’indifferenza; ma, non soddisfatti della sbrigativa spiegazione due psicologi sociali statunitensi, Latané e Darley, svolsero degli esperimenti e ricavarono nel 1968 una vera e propria teoria sociale: il Bystander effect.

Secondo questa teoria la probabilità di intervento diminuisce con l’aumentare della numerosità dei presenti.

Paradossalmente, hai molte più possibilità di essere aiutato se sei in presenza di una o due persone, piuttosto che dieci. In un gruppo di persone ciascuno sarà portato a scaricare le responsabilità sugli altri, pensando che qualcun altro interverrà di sicuro.


Dagli studi emerge che tale comportamento è un effetto della diffusione della responsabilità: essere parte di un gruppo diminuisce il senso di responsabilità e aumenta, anzi, quello dell’anonimato.

In un esperimento svolto dai due ricercatori, quando erano soli, il 75% delle persone aiutava un individuo in difficoltà, ma quando si trovavano in un gruppo di sei persone, solo il 31% prestava soccorso.


I testimoni dell’omicidio di Kitty, quando interrogati, diedero scuse del tipo “non volevo essere coinvolto” e “ho pensato che fosse solo un litigio”.

I principali motivi che secondo gli psicologi potrebbero spiegare questo comportamento sociale sono:

  • timore del rischio personale nell’intervento;

  • supposizione che gli altri siano più qualificati per aiutare;

  • adattamento alla reazione degli altri: se questi non intervengono diventano automaticamente modelli di passività. La risposta sociale appropriata diventa non fare nulla o fingere che non stia succedendo;

  • paura dell’imbarazzo: il possibile soccorritore, in presenza di altri spettatori, teme di non essere all’altezza del compito o teme di interpretare la situazione in modo errato e, intervenendo in una situazione che non è di emergenza, di essere giudicato negativamente.

Leggendo queste spiegazioni, ci meravigliamo che basti davvero così poco per convincere qualcuno a stare a guardare un’altra persona che soffre, o a cui serve semplicemente una mano.

Alcune volte è sconvolgente, anche per gli stessi studiosi, quanto un piccolo meccanismo cognitivo influenzi il comportamento e le azioni di un individuo. E non si creda che quello di Kitty sia stato un caso anomalo o isolato.


Hugo Alfredo Tale-Yax, un senzatetto newyorkese che, dopo essere stato ripetutamente accoltellato da un rapinatore, si accascia sul marciapiede e muore ai piedi di una ventina di passanti e Angel Arce Torres, ripreso nei video di sorveglianza dopo essere stato investito, insieme a passanti e automobilisti inermi, sono solo alcuni esempi di quanto diffuso sia questo fenomeno.



Se ancora non credete che sia possibile, guardate con i vostri occhi questo montaggio mostra diversi casi – reali ed esperimenti – in cui si è verificato l’effetto “apatia”. E la prossima volta che vi chiedete perché qualcuno non faccia qualcosa, ricordatevi che siete qualcuno.


Articolo a cura di: Arianna Roetta



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