L’eco di un tempo lontano

Quasi 50 anni fa, tra ottobre e dicembre 1971, nell’anfiteatro romano di Pompei e a Parigi veniva girato il film Pink Floyd Live at Pompeii – uscito nel 1974 con subito un enorme successo – girato dal 4 al 7 ottobre a Pompei e dal 13 al 20 dicembre negli studi Europasponsor. Film-documentario e concerto divenuto cult per gli appassionati, esso ha una storia frastagliata che parte da un’idea del regista scozzese Adrian Maben, capace di rendere immortali i quattro componenti della band che si affacciavano al successo mondiale ma che ancora non avevano una carismatica presenza scenica.



Originariamente, Maben propose a inizio 1971 di associare la musica del gruppo alle immagini di grandi pittori come Magritte e De Chirico; i Pink Floyd, da poco terminato il tour di Atom Heart Mother e con Meddle in uscita a fine mese, declinano l’offerta. Del resto, la band non è nuova al mondo del cinema: ad esempio, hanno prodotto le colonne sonore per More di Schröder e hanno collaborato con Michelangelo Antonini per Zabriskie Point. Nell’estate 1971 il regista si trova in vacanza in Italia, dove visita gli scavi di Pompei e, per caso, vede le rovine all’ora del crepuscolo, la cui luce folgora e suggestiona Maden. Da questo episodio nasce la visione onirica della band che suona al tramonto nell’anfiteatro romano senza pubblico: idea totalmente opposta rispetto ai film-concerto in voga all’epoca, come ad esempio quello realizzato a Woodstock.


Riguardo la scelta del luogo di registrazione del docu-film, Adrian Maben afferma


«Nell’antichità erano i posti per lo spettacolo, di qualsiasi natura esso fosse. Tra gladiatori, belve feroci e violenze in diretta, quindi col senno del poi… Quando i Pink Floyd iniziarono a suonare nell’anfiteatro, Peter Watts, l’ingegnere del suono della band, mi disse che il suono prodotto era straordinario. Le risonanze rimbalzavano sui muri di pietra e producevano degli effetti eco che ancora oggi sarebbe impossibile da riprodurre in uno studio. Forse gli ingegneri che costruirono la struttura ovale avevano già studiato le sue qualità acustiche?».


Dopo aver ottenuto il permesso dalla Soprintendenza di effettuare ben sei giorni di riprese con il sito archeologico chiuso al pubblico, i Pink Floyd accettano ma a due condizioni: non ci dovranno essere playback e si dovranno utilizzare i mezzi utilizzati per le loro incisioni in studio, compreso un impianto a registrazione per 24 tracce, al fine di garantire la stessa qualità sonora. Arrivati a Pompei, la troupe si rese conto di non avere elettricità sufficiente a supportare tutte le attrezzature. Così la corrente elettrica fu portata agli Scavi direttamente dal Municipio locale attraverso un lunghissimo cavo fornito dal Comune che percorreva le strade della città. Per questo motivo dai sei giorni iniziali di riprese si passò a quattro, quindi non avevano tempo necessario per registrare tutte le canzoni previste: la band completò nell’anfiteatro le due parti di Echoes, One Of These Days e A Saucerful Of Secrets.


Preoccupato per la scarsità dei materiali, si decise di girare a Parigi scene durante le quali registrano Set The Controls For The Heart Of The Sun, Careful With That Axe, Eugene e Mademoiselle Nobs, illuminati da riflettori simili a quelli utilizzati a Pompei e sovrapposti a immagini girate tra gli scavi. Purtroppo, diverse bobine delle riprese furono smarrite non appena terminate le riprese: si possono notare queste mancanze, ad esempio, durante il brano One of These Days quasi esclusivamente composto da inquadrature del batterista Nick Mason. Durante la visione, lo spettatore si sente come uno spettatore che ha il privilegio di vedere dall’alto il set con tanto di troupe cinematografica, la quale partecipa attivamente ma incurante di prendere parte alle riprese.



A livello visivo si hanno effetti come lo split screen, che divide in numerosi rettangoli il primo piano delle mani di David Gilmour intente a concentrarsi sull’assolo di Echoes Part I, il paragone tra un bassorilievo millenario con i volti di due uomini e i primi piani di Gilmour e Richard Wright e le inquadrature del gruppo di spalle, cose su cui Maben insiste per far notare il contrasto tra gli ingombranti macchinari moderni e la bellezza eterna delle rovine.


I Pink Floyd ripresi a Pompei sono la perfetta antitesi dell’idea di star del momento, non indossano abiti vistosi o di scena bensì quelli usati nella loro vita quotidiana, i componenti sono sporcati dal vento che sollevava le polveri dell’anfiteatro non ancora cementato. tutti gli elementi naturali dov’è racchiusa la band e la troupe durante le riprese immobilizzano le loro sagome, li fermano nel tempo così come la lava rese immortale Pompei.


Articolo a cura di: Claudia Crescenzi



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