L’amica geniale: essere o non essere madri

Aggiornamento: 1 ago

Elena Ferrante è una delle poche scrittrici al mondo che ha descritto perfettamente il tema della maternità. Il suo intento non è quello di descrivere la maternità come una passeggiata; lei racconta cosa significa veramente per una donna diventare madre e lo fa con parole che possono all’inizio scandalizzare, ma che in realtà raccontano la verità. Per millenni ci hanno raccontato la favola che una donna quando ha un figlio deve essere felice ansi l’unico sentimento che deve esistere è la felicità, ma in realtà non è sempre così ogni donna vive la maternità diversamente e nessuno deve arrogarsi il diritto di giudicare le scelte di ognuna.



Il tema della maternità è un punto cardine nel terzo volume della trilogia. La scrittrice attraverso i personaggi femminili ci porterà a conoscere gli abissi della maternità le sue luci e le sue ombre. Siamo negli anni settanta un periodo di grandi battaglie femministe, che porteranno a grandi’ cambiamenti per le donne in Italia come ad esempio il divorzio, il diritto all’aborto, l’utilizzo della pillola anticoncezionale.


Lila e Elena, le due protagoniste della trilogia, vivono questi cambiamenti in maniera diversa; perché essenzialmente conducono una vita diversa. Elena vive a Firenze, è un’intellettuale impegnata scrive libri sulla libertà sessuale femminile, è sposata con Pietro Airota un professore universitario che si professa intellettuale di sinistra, ma che in realtà si rivelerà avere le stesse idee degli uomini del rione. Lila continuerà a vivere al rione inglobata in una situazione di degrado dalla quale è difficile uscire. Le due donne vivono la maternità in maniera differente, Lila si è sposata a sedici anni e già a diciotto è stata costretta dal marito ad avere un figlio che lei in realtà non voleva, ricordiamo vari episodi che avvengono nel secondo volume del libro quando Lila fa di tutto pur di perdere il bambino che portava in grembo. Elena al contrario di Lila aveva un forte istinto materno infatti non vive la gravidanza come una forzatura, ma come uno stato di grazia.


La vita di Elena non è tutta rose e fiori, lei non voleva avere subito dei figli infatti dice chiaramente al marito che vuole prendere la pillola anticoncezionale perché prima deve scrivere il suo libro, consapevole del fatto che scrivere un libro con un bambino sarebbe stato impossibile, ma Pietro si dimostra sin dall’inizio contrario a questa scelta: non è assolutamente d’accordo, lui che dovrebbe avere un pensiero progressista non è altro che la copia borghese degli uomini del rione. Dimostra di essere in realtà peggiore proprio perché è il massimo esponente dell’ipocrisia borghese: progressista solo in teoria, ma non in pratica.

Il risultato finale è che Elena rimarrà incinta quasi subito e avrà una bambina e pochi anni dopo ne avrà un’altra. Dopo la prima gravidanza Elena non scriverà più perché non ne avrà più il tempo, infatti si sentirà soffocata proprio perché non riesce ad avere tempo per sé stessa ma soprattutto per il suo lavoro, si sente in una sorta di limbo dal quale non riesce a uscire “sono o non sono una buona madre?”, “perché se ho voluto fortemente questa bambina in realtà alcune volte vorrei non fosse figlia mia?”


Elena cerca di far comprendere al marito questo suo disagio ma in realtà lui minimizza: pensa che è un momento e che passerà. Lei prega Pietro affinché assumano una tata che possa aiutarla con la bambina, ma lui si oppone perché non vuole schiavi in casa sua e per tutta riposta Elena dice al marito: “Quindi secondo te la schiava dovrei essere io? ”, con questa semplice domanda Elena esprime la sua rabbia e tristezza. Non ha studiato tutta la vita per rimanere incastrata nel ruolo di moglie e di madre, la sua più grande paura è proprio questa; quella di non avere obiettivi, perché la società ghettizzava le madri, il loro unico compito era quello di prendersi cura della famiglia, non potevano avere ambizioni sogni e desideri.


I sentimenti di Elena sono gli stessi di migliaia di altre donne che si vedono private della loro vita nel momento in cui diventano madri, rinchiuse nel loro ruolo di angelo del focolare dal quale è quasi impossibile staccarsi perché è una condizione che si porteranno addosso tutta la vita. Diventare madre non è una passeggiata e sicuramente Elena lo capisce sin dall’inizio, la felicità di avere un figlio scompare all’improvviso quando capisce che deve rinunciare a gran parte della sua vita, che tutti i sacrifici compiuti si sono rivelati vani perché ormai il suo unico compito è quello di madre.


Le donne dell’amica geniale sono donne protagoniste del loro tempo, madri che amano i loro figli, ma che percepiscono la maternità come una gabbia, schiave dei loro mariti violenti, anche loro figli di una società maschilista e retrograda che vede la donna come un’incubatrice. Le donne volente o nolente accettano il loro destino, sono personaggi passivi del loro tempo: in particolare le donne del rione hanno come unico scopo nella vita quello di fare figli, ma nel momento in cui diventano madri anche loro capiscono che la maternità non è sempre una benedizione ma può anche essere una trappola.


La bravura di Elena Ferrante sta nel descrivere con termini oserei dire mostruosi qualcosa che in realtà viene considerato dalla società una gioia o un regalo; l’autrice descrive perfettamente come una donna viva questo passaggio che non è tutto rose e fiori, ma che può al contrario essere un incubo. Molto spesso pensiamo che la maternità sia qualcosa che nasca con la donna, ma invece non è così: ci sono donne che desiderano figli mentre altre che preferiscono non averli. L’istinto materno è una bugia, perché in realtà non esiste nessun istinto materno: anche questa è una menzogna che ci raccontano da millenni.

Il topos letterario di questo romanzo è proprio la maternità vista come una gabbia senza via di uscita, la parola esatta per descrivere questo sentimento è matrofobia, ossia avere paura di tua madre in particolare di assumere le stesse sembianze di tua madre. Il rapporto tra Elena e sua madre è tutt’altro che un rapporto normale. Non si tratta di un rapporto amorevole, anzi, tutto il contrario. La madre prova per la figlia il sentimento dell’invidia, perché Elena grazie alla sua tenacia riesce a scappare dal rione dove non vede alcun futuro. Elena, al contrario delle sue amiche, si sottrae alla logica violenta degli uomini del rione e non accetta di essere trattata come carne da macello. La madre infine, consapevole delle capacità della figlia, accetta che si trasferisca a Pisa per studiare, perché anche lei in fondo sa che il futuro di sua figlia è più importante di qualsiasi cosa.


Elena decide di andarsene via da Napoli non solo per studiare, ma anche per allontanarsi dalla presenza ingombrante di sua madre proprio perché ha paura di assumere le sue sembianze e di averne lo stesso passo claudicante. In conclusione credo che il pensiero di Oriana Fallaci racchiuda un significato universale “essere mamma non è un mestiere; non è nemmeno un dovere; è solo un diritto tra tanti diritti”.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Matilde Ditrapani

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