Kintsugi, ovvero 金継ぎ

“C'è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce” Leonard Cohen



L’arte del kintsugi ha origini antichissime: tra il 10.000 a.C. e il 400 a. C. risalgono le prime tracce di riparazione del vasellame secondo questa tecnica, reperti oggi custoditi in vari musei a Tokyo. La leggenda narra che lo Shogun Ashikaga Yoshimasa, rotta la sua tazza di tè, ordinasse ad alcuni artigiani del luogo di ripararla in modo che potesse ancora essere funzionalmente utilizzata. Questi, impiegando della polvere d’oro e materiali preziosi mischiati con della lacca naturale e procedendo poi con una lenta operazione di stuccatura, finiscono per ottenere un risultato unico e strabiliante. L’artigiano con la paziente dedizione di un artista compie un vero e proprio lavoro di riparazione rinsaldando così l’anima dell’oggetto, ovvero recuperando la parte ancora vitale al di là della spaccatura. Ecco che da allora questa tecnica di riparazione degli oggetti diventa nel tempo un’arte che custodisce tra le crepe dei suoi cocci i misteri di chissà quali destini: essa insegna il senso del riuso, raccoglie i frammenti per dare nuova durata agli oggetti, consolida gli spigoli, trasmette uno spirito di vitalità laddove invece l’anonimato della perfezione livella ogni intrinseca caratteristica di unicità.


Il kintsugi è un’arte prima che si fa filosofia poi: riparare non è solo una tecnica per sanare e impreziosire gli oggetti rendendoli dei pezzi unici, ma si carica di significati psicologici e filosofici tali da diventare una via d’uscita terapeutica quando, nel peregrinare quotidiano, certezze e abitudini crollano, frantumando quella nostra più calda e rassicurante tazza di tè. Il kintsugi diventa quindi l’arte di riparare le crepe attraverso l’utilizzo dell’oro, l’arte di dare nuova dignità alla fragilità rinvigorendone le fessure con il materiale più prezioso e luminoso che c’è. Diventa, insomma, arte di celebrazione delle nostre cicatrici, dove ogni più cupa imperfezione viene trasformata in poesia. Il kintsugi racchiude un messaggio molto profondo: è la dinamica dell’uomo vista, paradossalmente, attraverso gli occhi degli oggetti. Essi sembrano insegnare che il tempo impatta sulla psiche dell’uomo, la muta, stravolge a volte, angoscia e devasta altre; l’individuo si ritrova pieno di lividi, schegge e frantumi che spesso fatica a raccogliere. È un lento e duro lavoro di comprensione e accettazione del sé, spesso comporta la percezione di volare nel vuoto, altre volte incalza un precipitare repentino. In ogni caso trattasi di ferite profonde che segnano una via senza ritorno, un gran pezzo di porcellana che lascia sul pavimento frantumi di un tutto che mai più sarà quello di prima. Ed è a questo punto che la saggezza della filosofia del kintsugi porta il suo concetto di resilienza: invita a pensare in modo nuovo, a essere orgogliosi delle proprie cicatrici, a trasformare ogni dolore in fonte di bellezza. Insegna a capovolgere il punto di vista, ad accettare le spaccature e addirittura a esaltarne le imperfezioni. Crepe che, da veri e propri difetti, diventano il tratto unico e più prezioso tanto dell’oggetto quanto del soggetto.



Il Kintsugi è una lezione di vita che consiglia di accettare e di accogliere - anziché rimuovere – le proprie ferite e, ricoprendole d’oro, riuscire con tenacia a trasformarle in punti di forza. Solo quando ci rompiamo, scopriamo di cosa siamo fatti (Ziad k. Abdelnour): il risultato di ogni vissuto sarà sempre il pezzo d’arte più unico al mondo.


Articolo a cura di: Lisa Bevilacqua



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