Jesse Owens, l’atleta nero che incantò la Germania nazista

Il 31 marzo di 42 anni fa moriva Jesse Owens, una vera leggenda dell’atletica leggera.



James Cleveland Owens detto "Jesse" nacque nel 1913 a Oakville, in Alabama. Con la sua famiglia si trasferì a Cleveland, lasciando gli stati del Sud ancora segregati per il nord più industrializzato, in cerca di opportunità. Anche a causa della grande depressione del 1929, conobbe miseria e povertà.


Trovò lavoro in un negozio di scarpe, dedicandosi agli allenamenti nella corsa nel tempo libero.

Il 25 maggio 1935 è la prima data da ricordare nella straordinaria carriera di Jesse Owens. In un solo giorno, anzi nel giro di 45 minuti, stabilì ben 4 record del mondo (scatto sui 100yards, circa 91 metri; salto in lungo; 200 metri; 200 metri a ostacoli bassi).


La consacrazione nell’olimpo degli dei sportivi arrivò l’anno successivo.


Il 1936 fu l’anno delle Olimpiadi nella Germania nazista e Jesse Owens a soli 23 anni conquistò 4 medaglie d’oro, nei 100 metri, nei 200, nel salto in lungo e nella staffetta 4x100. Il tutto sotto gli occhi di Adolf Hitler.


La decisione dello svolgimento dei Giochi olimpici a Berlino venne presa dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1931, quando la Germania era ancora una repubblica democratica. Con la salita al potere di Hitler nel 1933, molte nazioni avanzarono la proposta di cambiare sede, ma il CIO rifiutò viste le rassicurazioni tedesche. Joseph Goebbels, ministro della propaganda, fece capire al Führer, all'inizio riluttante all’idea, che l’occasione poteva rivelarsi un'efficace opera propagandistica per il regime.


In parte fu così. Le Olimpiadi del 1936 si ricordano come una delle edizioni meglio organizzate della storia dei Giochi. Ci furono imponenti opere di costruzione, per la prima vennero trasmesse in televisione e fu introdotta la cerimonia della fiaccola olimpica.


L’obiettivo era quello di trasmettere l’idea di una Germania superiore e potente anche in ambito sportivo, in parte raggiunto in quanto ottenne il primo posto nel medagliere, ma furono le straordinarie prestazioni di Jesse Owens a ottenere il centro dell’attenzione. Un nero sul tetto del mondo di fronte a Hitler tra svastiche e aquile naziste.


Di questo episodio esistono due versioni differenti, una delle quali smentita direttamente dal protagonista.


Vinto l’oro nel salto in lungo contro il rivale tedesco Luz Long (con cui strinse una bella amicizia), al momento del podio, dopo aver rifiutato di fare il saluto nazista, si disse che il Führer indispettito fosse uscito dallo stadio per non stringere la mano all'atleta afroamericano.


Questa versione dei fatti in realtà è frutto degli strumenti di propaganda americana.


Lo stesso Owens nella sua autobiografia The Jesse Owens Story del 1970 afferma: «Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d'onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un'ostilità che non ci fu affatto.»


Jesse difese la sua versione dei fatti, ma le sue parole vennero ignorate dai giornalisti che invece volevano convincere l’opinione pubblica del contrario. Dopo la guerra la motivazione dietro questa versione alterata dei fatti fu quella di non voler riabilitare, anche solo minimamente, Hitler e i nazisti.


Al suo ritorno in patria, non trovò un trattamento poi così diverso rispetto alla Germania nazista, anzi. In Germania, a Owens era stato permesso di soggiornare negli stessi hotel dei bianchi, in un'epoca in cui gli afroamericani in molte parti degli Stati Uniti dovevano soggiornare in hotel segregati. Quando partecipò a una manifestazione in suo onore presso l’albergo Waldorf Astoria di New York, fu costretto a entrare dall’ingresso posteriore e a raggiungere la sala utilizzando un montacarichi. L’ascensore era per i bianchi.


Il presidente statunitense dell'epoca, Franklin Delano Roosevelt, in quel periodo impegnato nelle elezioni presidenziali e preoccupato della reazione degli Stati del Sud, non invitò mai l’atleta alla casa bianca né tantomeno lo chiamò per complimentarsi con lui.


In una situazione paradossale fu quasi trattato meglio dai nazisti che dai suoi compatrioti.

Nel raccontare la sua versione dei fatti l’intenzione di Owens, naturalmente, non era inquadrare gli orrori nazisti sotto una luce diversa, bensì far conoscere al mondo il lato oscuro degli Stati Uniti, fatto di segregazione e discriminazione. Perché in Germania c’era il razzismo, ma anche negli stati uniti.


Owens tornò a casa dalle Olimpiadi con quattro medaglie d'oro e fama internazionale, ma ebbe difficoltà a trovare lavoro. Svolse lavori umili come addetto a una stazione di servizio, custode di un parco giochi e manager di un'impresa di lavaggio a secco. Corse, inoltre, contro dilettanti e cavalli per soldi.


Morì di cancro ai polmoni a 66 anni, in povertà, a Tucson nel 1980.


Articolo a cura di: Francesco Rodorigo




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