Italo Calvino. Calvino. Italo.

Italo Calvino appartiene al filone fantastico della letteratura del ‘900; i suoi scritti rivelano un attaccamento al racconto sperimentale e un costante tentativo di sfuggire lo scontato per riuscire a dire qualcosa di stra-ordinario. Calvino è uno scrittore schivo, preferisce la parola scritta a quella parlata, la riservatezza alla mondanità, il silenzio della leggerezza al frastuono della modernità. Italo, un ragazzo che conosce il gioco tremendo di pensare all’infinito e che ha saputo diventare grande pur restando bambino molto a lungo.



Da Italo il passo è breve: Cosimo che, per scelta di vita, salta su un albero di Erice per trascorrere il resto della sua esistenza guardando il mondo da lassù e divenendo col tempo uno strano essere a metà tra uno scoiattolo e un uomo; quel visconte che dimezzato da una palla di cannone durante una battaglia contro i turchi si trova con una metà buona e l’altra abietta; il cavaliere inesistente, racchiuso in un’armatura corazzata dentro alla quale pare esserci il nulla. E ancora, Palomar, il protagonista dell’ultimo romanzo, nel vero e proprio tentativo di dare conto di un io, peregrina con la moglie e la figlia fra i giardini di uno zoo ad osservare tartarughe, giraffe e scimpanzé; si addentra tra le fronde del suo cortile in un tempo cadenzato dal canto dei merli; fa la coda dal macellaio; sta sulla spiaggia ad ammirare il seno di una giovane donna con quel discreto pudore che rende giustizia alla bellezza. E dopo aver osservato l’esteso prato di casa sua s’è distratto, non pensa più al prato: pensa all’universo. Sta provando ad applicare all’universo tutto quello che ha pensato del prato. L’universo forse finito ma innumerabile, instabile nei suoi confini, che apre entro di sé altri universi.


Italo Calvino si è sempre misurato con il proprio tempo. L’impegno dell’intellettuale deve saper essere sperimentazione e interpretazione delle cose per poter abitare questo mondo che è uno dei tanti mondi. È con le avventure di Pin – bambino che nasconde una pistola rubata dove fanno i nidi i ragni- che Calvino ci mostra la vita partigiana come una favola di bosco: la guerra ha distrutto vite, città e paesaggi ma non lo spirito per riuscire a smaltire la nebbia di solitudine che gli si condensa nel petto. Ad un amico francese Calvino un giorno scrive che l’unica cosa che vorrebbe insegnare è un modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo. Su queste basi, nel silenzio che si fa sempre più maturo, compone quelle sue lezioni che gli daranno ragione dopo aver aggrappato per altri cieli la sua mongolfiera: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità sono l’etica regalataci da Italo. Un invito ad alzare lo sguardo, a cercare la luna di pomeriggio quando la sua esistenza è ancora in forse, a dare spazio all’agilità del pensiero, a guardarci intorno e dentro, ad osservare il mondo cercando di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi.


Leggendo e rileggendo Calvino le domande si fanno incalzanti: qual è la prospettiva migliore per guardare le cose, vicino o lontano, dall’alto dell’albero o con i piedi ben saldi a terra? Da che parte stare, da quella del buono o del gramo? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano? Perché ci si sente sempre così incompleti? Come sta il nostro io invisibile? Ha più senso un mondo scritto o un mondo non scritto?


Nel 1967 proprio Italo Calvino viene invitato da una commissione del supplemento culturale del Times a pronunciarsi a proposito del possibile rapporto tra letteratura e filosofia. L’abilità nel riuscire a dare connessione ai saperi sfuggendo alle tradizionali categorie che schematizzano la nostra cultura è, in realtà, per Calvino pane quotidiano. Ed è la letteratura lo strumento in grado di convogliare e far parlare tra loro questi saperi: Chi siamo noi, ciascuno di noi se non una combinatoria d'esperienze, d'informazioni, di letture, d'immaginazioni? Ogni vita è un'enciclopedia, una biblioteca, un inventario d'oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.


Accostare Italo Calvino alla filosofia appare tentativo tutt’altro che peregrino. I suoi scritti sono densi di connessioni logiche, scientifiche, antropologiche, fantastiche e fantasiose: è un continuo guardare le cose vicine come fossero lontanissime e le cose lontane come fossero vicine. Filosofo è colui che, stupendosi, desta stupore, che scorge le domande nel tentativo di illuminare più in là. E c’è in Calvino questa propensione a scavare con l’immaginazione, a ricercare l’eccezionale, a dare evidenza oltre la superficie delle cose pur sapendo, in fondo, che la superficie delle cose è inesauribile. La letteratura -così come la filosofia- è una questione di flussi, di pieghe, di vortici e nodi che ci attraversano e danno vita. E Italo, insomma, tra le righe ce lo dice: “Dato che non avevo forma, mi sentivo dentro tutte le forme possibili”.


Articolo a cura di: Lisa Bevilacqua



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