Istanti crudi
. Nan Goldin, la fotografia e il suo impatto sociale

Siamo abituati a scattare foto e lo facciamo continuamente, senza sosta: una storia su Instagram o un post di Facebook. Catturare un momento, una frazione di secondo che porti con sé emozioni, ricordi di tempi spensierati e leggeri oppure cupi ed oscuri. Come in tutte le cose della vita, tra l’amatoriale ed il professionale spesso vi è una differenza sostanziale fatta di studio, dedizione, pratica e talento: ci vuole occhio, sostanzialmente.


Se è vero che non basta possedere una Reflex per essere fotografi, è altresì verità che non tutto può essere soggetto: si posi per moda o si decida di immortalare un paesaggio. Lo scatto perfetto è oltre-immagine, non solo pixel o alta definizione; come una poesia è connubio perfetto di parole ed emotività, allo stesso modo lo scatto perfetto è una combinazione simultanea di emozione, verità e naturalezza. Di questo, Nan Goldin, è maestra sacra.


all credits to Nan Goldin

Nancy “Nan” Goldin, classe 1953, una tra le più famose fotografe del mondo. Nasce a Washington ma cresce a Boston dove frequenta la School of the Museum of Fine Arts, grazie al suo lavoro e al suo genio, diventerà una dei Five of Boston.

La sua arte ed il suo modo di esprimersi sono profondamente radicate alla sua vita personale, difatti, senza gli struggenti avvenimenti personali che mineranno la sua vita (come il suicidio della sorella Barbara nel 1965), non potremmo godere delle sue incredibili opere. Si trasferisce a New York e cominciando dal Mudd Club, nel 1979, inizia ad esibire i suoi scatti con una colonna sonora ben riconoscibile: The ballad of sexual dependency. Le sue diapositive raccontano le persone accanto nel tentativo sfrenato di sopravvivere alla vita e ad i suoi scherzi: amore, fanciullezza, vecchiaia e morte. È quest’ultima che sembra congiurare ed orchestrare la vita dell’entourage della Goldin. Persone vere sorprese nel loro essere umani: la droga, il sesso e le pulsioni che ricordano al corpo di non essere finito. Molti dei soggetti moriranno di overdose o per AIDS.

Foto che ritraggono un’intimità che sembra quasi essere violata, come se i ricordi personali prendessero vita all’interno di un singolo shot. Manifesto della crudità della vita, gli scatti della Goldin si fanno avvocati per la causa LGBTQ+ e per la sensibilizzazione al contrasto del virus dell’HIV.



all credits to Nan Goldin

Una visionaria, una fotografa di rottura, una persona che “semplicemente” immortala istanti di vita: questa è Nan Golding, la cui opera principale è The ballad of sexual dependency che racconta la sottocultura del movimento gay degli anni 80 americani.


Articolo a cura di: Victoria Pevere



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