Io sono l’altro e sono proprio uguale a te!

È il 25 maggio 2020. Nella città di Minneapolis (Minnesota) muore George Floyd. George Floyd è un uomo, come tanti altri. Ha appena pagato un pacchetto di sigarette con una banconota da venti dollari. L’impiegato del negozio, pensando che quei venti dollari siano falsi, raggiunge George all’esterno per protestare. Dopo alcuni minuti arriva una pattuglia della polizia. Ad una discussione e breve colluttazione segue l’arresto e la frase “I can’t breath” che tanto abbiamo sentito ripetere nell’ultimo anno (ma che era già tristemente nota dal 2014, quando Eric Garner l’aveva ripetuta per ben undici volte prima che ne fosse dichiarato il decesso per “compressione del collo e del torace”).


“Homo homini lupus”, l’uomo è lupo per l’altro uomo. Così scriveva Plauto, commediografo latino del III a.C., nella sua Asinaria. L’uomo esattamente come un lupo è dominato dall’istinto di sopraffare l’altro.



Ma ritorniamo al presente: di fronte ai fatti di cronaca più violenti come quello che ha visto sventurata vittima George Floyd, a quelli che suscitano maggiori reazioni da parte dei cittadini, che scuotono davvero l’opinione pubblica, siamo naturalmente portati a chiederci se non sia effettivamente insito nell’uomo il desiderio di sopraffare l’altro e di compiere il male.


Non esiste una risposta definitiva a questa domanda, ma ciò che accade intorno a noi ci spinge a credere che spesso sia la paura della diversità, di ciò che non si conosce, dell’altro che si percepisce come lontano e ignoto a insozzare di sangue le pagine dei quotidiani.


Niccolò Fabi riassume perfettamente il naturale desiderio dell’uomo di fare un passo indietro di fronte all’altro, di volerne stare lontano, semplicemente perché diverso da sé.


«Io sono l'altro

Sono quello che spaventa

Sono quello che ti dorme nella stanza accanto.

Io sono l'altro

Puoi trovarmi nello specchio

La tua immagine riflessa, il contrario di te stesso.»


L’altro è “il contrario di te stesso”, motivo per cui siamo portati a rispondere alla diversità con diffidenza, spinti forse dal desiderio di circondarci di persone che condividano le stesse nostre idee e che possano quindi compiacerci («Io sono il velo che copre il viso delle donne, ogni scelta o posizione che non si comprende. Io sono l'altro»), che abbiano le nostre stesse abitudini e radici culturali («Sono il nero sul barcone, sono quello che ti sembra più sereno perché è nato fortunato o solo perché ha vent'anni in meno»).



La diversità esiste. Pensate come sarebbe vivere l’inferno dell’uguale, in cui tutti hanno lo stesso aspetto, la stessa voce, lo stesso pensiero. Il protagonista di “Anomalisa”, film di animazione uscito nelle sale nel 2015, soffre di un disturbo mentale a causa del quale non riesce a distinguere le persone dal loro aspetto esteriore o dalla loro voce. È dunque condannato ad essere “soffocato dall’uguale”, almeno finché non incontra una donna di nome Lisa, che gli fa scoprire un “mondo diverso” da quello in cui aveva sempre vissuto.


Ma sapete qual è la chiave di lettura di questo straordinario pezzo di Niccolò Fabi? La diversità è percepita solo dagli occhi, dagli stessi occhi che percepiscono un colore chiaro o scuro, un oggetto grande o piccolo («Quelli che vedi sono solo i miei vestiti»). La diversità non riguarda l’essere reale e profondo di una persona, l’essere uomo.


La musica, questa volta dei Canova, accorre ancora una volta in nostro aiuto.

«Siamo umani, siamo schiavi, siamo tutti uguali pesci nella corrente diretti nel mare»


Articolo a cura di: Mariapia Crupi



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