“Io sono cambiata ma la mia vita è sempre la stessa: e adesso?”

“E’ arrivato il dolore, il dolore è poi andato via. Io sono cambiata, ma la mia vita è sempre la stessa. E adesso?”



Questa volta voglio porre una domanda, un quesito per il quale non ho soluzione, forse anche perché una soluzione non è del tutto necessaria. Voglio chiedere, voglio chiedermi: e adesso?


Vengo trafitta al cuore, il buco poi se ne va, io sono cambiata, ma la mia vita è sempre la stessa. Come mi muovo ora?


Questo dilemma mi viene da una frase di Chiara Gamberale, che nel suo discorso al TEDx di Pavia dell’anno scorso parlava di limiti e di come la vita dello scrittore, cioè la sua, abbia il limite più grande di non accontentarsi della sua vita e di costruirne perciò di altre. Chiara racconta “in che modo i nostri limiti, cioè quello che non abbiamo, ma anche che non sappiamo, che non siamo, che non mangiamo, possano rivelarsi un principio vitale.” Ci racconta, poi, come durante il suo percorso, che sia di scrittrice o di persona, ha capito che proprio quello che non ha si è rivelato ciò che più le è servito.


Io ci sto pensando, penso a me, al passato anno 2020, alla ferita mondiale, a come tutto è cambiato. Ma, ancora, la mia vita no.


Sul 2020 ci sarebbero talmente tante cose da dire che nella maggior parte dei casi la sopraffazione ci suggerisce di tacere. Ma voglio sfruttare la saggezza della mia scrittrice del cuore per parlare con i sognatori e i viaggiatori.


Il cambiamento più grande che quest’anno così diverso dal solito ha apportato al mio corpo e al mio stile di vita è il concetto di libertà. Ecco a voi una ragazza abituata a non amare le abitudini e a pensare che tutto comunque poi va bene, che il mondo è pieno di possibilità. Avere un lavoro precario ma che ti piace va bene, perché tanto qualcosa si fa, un’esperienza si tira fuori, in un qualsiasi punto del mondo.


Invece.


Invece la prospettiva cambia, quando, questa non è una novità, chi si muoveva tanto poi è stato costretto a fermarsi. Un sollievo, inizialmente, permettersi il lusso di riposare perché nessun altro corre più veloce di te. Ma chi continua a correre lo fa perché prova piacere nel cambiamento e nell’imprevedibilità degli eventi. Però, se poi provi piacere nella prevedibilità, così umile e data per scontata, ma la tua vita è costruita su un piedistallo instabile, il nuovo desiderio prepotente si insinua nella tua quotidianità ma tu sei ancora su quel piedistallo realizzato da fabbri creativi e acerbi.


Il primo colpevole di queste nuove insinuazioni è lei, la routine. Non c’è necessariamente qualcosa di male nella routine, anzi: vi è una certa magia nell’avere ritmi, certezze, ricorrenze, odori, sensazioni. Ma chi corre e non si ferma teme l’installazione permanente all’interno di sé di questa routine, così come di qualsiasi altra cosa.


Secondo colpevole, perché chi ha fame si stanchi e storca le sue prospettive, da un lato abituandosi ad un nuovo stile di vita, dall’altro affamandosi sempre più: le restrizioni. Soccombiamo a loro e le rispettiamo perché per noi la libertà non è andare contro le regole, bensì vivere e passare inosservati, mentre nessuno si fa male. E quindi ci mettiamo in attesa, trepidanti.


Dunque, cosa succede quando quello che non hai, il tuo limite, è la libertà? L’unica piccola risposta che ho è che succede che cresci.


Forse, quando ci verrà restituita, questa libertà, le salteremo addosso; oppure questa nuova prospettiva, questa crescita un po’ forzata un po’ necessaria, alla fine dei giochi ci faranno cambiare direzione. Ma, in fin dei conti, non è anche questo il carattere imprevedibile e casuale della vita che a noi tanto piace?


Articolo a cura di: Bianca Petrucci



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