INTERVISTA A FEDERICA FAGIOLI, PALLAVOLISTA DEL CLUB MILANO VOLLEY

Ciao Federica, ti presenti ai nostri lettori di “Il Confronto Quotidiano”?

Ciao a tutti! Sono Federica e gioco a pallavolo da circa quattordici anni. Attualmente milito nella Club Milano Volley in Prima Divisione, una società fondata tre anni fa da mio padre e dal mio attuale allenatore.



Hai mai pensato di lavorare a tempo pieno nel mondo della pallavolo?

No, perché sono sicura che non arriverei mai ad un livello tale da potermi permettere di fare solo quello. In Serie D, ma spesso anche in Serie C, i pallavolisti svolgono anche un altro lavoro poiché il più delle volte, giocando, il massimo a cui possono ambire è un rimborso spese.


Nella tua categoria ci sono obblighi di presenze minime per i giovani?

No, non c’è alcuna richiesta obbligatoria di under.


Percepisci delle disparità di genere nel tuo sport?

Non ti saprei dire. Per la mia esperienza il mondo della pallavolo suscita più interesse in ragazze piuttosto che in ragazzi. Per quanto riguarda la retribuzione non ho piena contezza di quanto possano guadagnare i pallavolisti di uno e dell’altro sesso. Ricordo, però, che tempo fa si diffuse una notizia riguardo l’approssimativo stipendio di Leon, che toccava cifre altissime per il mondo della pallavolo, ma comunque imparagonabili a quelle percepite ad esempio dai calciatori e dai giocatori di basket.


Durante le tue partite ci sono più arbitri donna o arbitri uomo?

Mi pare che gli arbitri uomo siano in numero maggiore.


Guardi di più la pallavolo maschile o femminile in televisione?

Guardo di più la pallavolo maschile, è più veloce e dinamica.


Quali possono essere i principali problemi a cui una squadra può andare incontro durante un campionato?

Al momento il Covid ha inciso fortemente. Nelle categorie giovanili i bambini non hanno potuto acquisire le basi a causa dello stop di due anni e i più grandi hanno perso l’abitudine all’allenamento, un fattore di certo non trascurabile e che ha abbassato la qualità delle partite. Al di fuori del Covid, invece, i rapporti con l’allenatore e all’interno del gruppo squadra fanno la differenza per la tenuta psicologica nel corso dell’intero campionato.


Ed ora i campionati sono ripresi a pieno ritmo?

Non proprio, anche quest’anno c’è stata un’interruzione del campionato (causa Covid) che ha portato molte ragazze ad uscire fuori rosa. Molte studentesse fuori sede sono ritornate nelle loro città ed altre, alla ripresa del campionato, hanno preferito non iscriversi per timore di un nuovo stop.


Ti è mai capitato di assistere durante una competizione a cui hai partecipato a rivalità sportive sfociate nella violenza?

Sì, ma rispetto ad altri sport come il calcio ed il basket, la pallavolo non è violenta. La rete costituisce un grande blocco psicologico. Sotto rete si assiste spesso a provocazioni verbali, ma è difficile si trasformino in violenze fisiche. Nei rari casi in cui questo avviene, la violenza si manifesta a fine partita, a “rete” crollata.


Secondo te sullo sport si dovrebbe investire di più?

Assolutamente sì, è difficile trovare sponsor che aiutino le nostre società perché non c’è un importante ritorno economico. L’investimento dello sponsor è spesso percepito nelle serie minori come un “favore” concesso a proprie conoscenze dirette. Solo nelle serie maggiori gli sponsor sono più invogliati ad investire, basti pensare che molte squadre di Serie A portano il nome del loro sponsor principale.


In effetti nel calcio questo è un fenomeno meno diffuso, solo negli ultimi anni gli investimenti di un’azienda produttrice di una famosa bevanda energetica possono costituire un interessante parallelo…

Sì, bisogna anche considerare le minime somme messe a disposizione delle Federazioni ed utilizzate perlopiù come premio per le promozioni. Tutto ciò rende inevitabile l’intervento delle aziende private, senza le quali il nostro mondo non potrebbe reggersi in piedi.


Articolo a cura di: Mattia Vitale

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