#ILGIORNODOPO ed il caso Grillo. L’impatto sociale a cui si è andati incontro

Aggiornamento: mag 24

Nella vita, qualsiasi cosa ha un impatto, una rilevanza sul mondo che ci circonda. Ogni azione che noi perpetuiamo avrà, nel breve o nel lungo termine, delle conseguenze di cui siamo responsabili. Più cresce la nostra notorietà, più necessitiamo di calibrare bene le parole e le azioni, perché veniamo individuati come esempio: un discorso di un politico ai suoi elettori o anche semplicemente un consiglio dato da un genitore ad un figlio. Che il messaggio sia buono o malevolo, avrà un’eco sempre più maggiore, più sarà il seguito di chi l’ha proferito.



Ciro Grillo (il figlio di Beppe Grillo) ed un gruppo di altri suoi amici sono sotto accusa per aver violentato ripetutamente ed in gruppo Silvia, una ragazza italo-svedese. Senza scendere nell’orrido di queste azioni, che per quanto vedano i ragazzi innocenti fino a prova contraria, rimangono abominevoli, è interessante analizzare che impatto ha sulla società una notizia di cronaca simile. A questa analisi si unisce anche quella del discorso perpetrato dal Grillo padre in difesa di suo figlio: da qualche settimana sui social è stato condiviso il video dell’ex leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che ha parlato – o meglio, gridato – la sua visione sull’inchiesta aperta per violenze sessuali verso il figlio Ciro e tre suoi amici, indagati per aver violentato nell’estate 2019 una ragazza diciannovenne. Nonostante a molti il video sia potuto apparire come la normale difesa di un genitore nei confronti del proprio figlio, in realtà le parole di Grillo e il messaggio che egli ha mandato sono sbagliati sotto diversi punti di vista. Come detto in precedenza, le azioni e le parole possono avere conseguenze molto pesanti.


Sociologicamente e psicologicamente parlando, l’onda d’urto più immediata e forte colpisce le giovani donne. Come? Perché tutte sono Silvia. Per l’ennesima volta, in un paese così radicalmente maschilista, viene messa in discussione la veridicità della vittima, piuttosto che quella dell’aggressore. Siccome la ragazza era ubriaca, la violenza automaticamente si annulla e perde di ogni gravità. Siccome il giorno dopo si è presentata ad una lezione di kitesurf, allora significa che non ha sofferto (a detta di Beppe Grillo, se si viene violentati ci si aspetta fiumi di lacrime ed una denuncia immediata). La verità è che purtroppo molte ragazze non denunciano subito per vergogna: il cosiddetto “victim shaming”, perché per elaborare un dolore del genere non bastano cinque minuti, o giorni, o mesi. La paura di non essere credute, vedere la propria verità ed il proprio dolore sbriciolarsi dietro ad un “sono solo ragazzini” è qualcosa che tutte le donne temono, da quando sono ragazzine a quando sono anziane. In secondo luogo è da tenere conto una problematica quasi invisibile, ovvero la reazione dei media alla notizia e il loro modo di trattare questo specifico e delicato argomento. Spesso, infatti, non solo si dubita della veridicità del fatto, ma se ne parla come se le persone potessero avere il potere di condannare l’uno o l’altro dei protagonisti della violenza. Questo atteggiamento non è sano, per la vittima in primis, e tantomeno per le altre centinaia di donne che stanno pensando, o penseranno in futuro, di denunciare una violenza; in quanto amplifica la paura di venire giudicate pubblicamente, in special modo se al loro caso è data molta risonanza mediatica perché coinvolge personaggi noti.


Quindi, in contrapposizione a questo forte messaggio di paura, ne abbiamo un altro di forte legittimazione. Un uomo che violenta una donna, secondo l’articolo 609 bis del Codice penale italiano, rischia dai 6 ai 12 anni di reclusione, ma solo se la donna denuncia entro un anno dal fatto; senza considerare l’imbarazzante lentezza della giustizia italiana. Il rischio di finire in galera è talmente basso che i violentatori non hanno molto da perdere, se poi a difesa di un atto vile come uno stupro di gruppo interviene un politico (senza entrare nel dibattito sul fatto se Beppe Grillo sia considerabile come un politico) che ne sminuisce – anche se implicitamente – la gravità, non fa altro che fomentare questo tipo di comportamento. Che alle donne si possa fare/dire/mostrare qualsiasi cosa, perché si è intoccabili.



Da un lato quindi la comunità femminile si vede ancora una volta ferita nella sua integrità, consapevole che la guardia non va mai abbassata. Stremata e sfiancata dal suo diritto di essere ascoltata, che più che un diritto rasenta la battaglia. Dall’altro tanti giovani e non, che si sentono legittimati a fare delle donne ciò che vogliono nella consapevolezza che, chi dovrebbe far esercitare la legge garantendo giustizia, penda dalla loro parte. Dopo questa vicenda si possono percorrere due strade, che non sono quelle della condanna o dell’assoluzione degli accusati, ma si può scegliere se continuare a seguire questo arcaico e tossico metodo con cui si finora si è fronteggiato il problema delle molestie, oppure cambiare prospettiva e cercare di rispettare la vittima e la situazione, come merita rispetto tutto ciò che è doloroso.


Articolo a cura di: Victoria Pevere e Letizia Malison



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