Il suicidio di Cloe Bianchi e il fallimento del giornalismo italiano

Ragazzi, da oggi mi chiamerete Cloe!” Così esordiva Cloe, ex insegnante all'istituto di Agraria “Scarpa-Mattei” di San Donà di Piave. Una minigonna, unghie laccate e un caschetto biondo sono bastati per suscitare la perplessità degli studenti. E l’indignazione dei genitori. Uno di loro commenta il fatto definendolo una “carnevalata”. E intanto Cloe è stata sospesa per tre giorni. “Il coming out non è stato adeguato”. “Doveva preparare gli studenti molto tempo prima.” A testa bassa, accetta la sua sorte.



Ma questo è solo uno dei tanti eventi che l’hanno vista emarginata e annientata psicologicamente solo perché transgender. Nel suo blog scriveva le sue inquietudini, paure che non avrebbe mai raccontato a persone che le stavano accanto. Perché non l’avrebbero compresa. Solo giudicata e allontanata. E sarà proprio in quel blog che anticiperà la sua morte. La 58enne racconta dolorosamente la solitudine con cui ha affrontato gli ultimi istanti della sua vita. Dai vini che ha gustato alla musica che ha ascoltato all’interno del suo camper che definisce “una piccola casa con le ruote”. Si può solo immaginare la sofferenza e la stanchezza dietro quelle parole. Anni di giudizi e pregiudizi si concludono con un suicidio premeditato. Cloe ha appiccato il fuoco. Il corpo è stato trovato carbonizzato nel suo camper. E quanto dolore deve esserci dietro. Vedere il proprio corpo bruciare fino a morire, consapevole di aver lottato fino alla fine contro una società malata e distorta.


Alcuni hanno pensato bene di chiamare Cloe con il dead name. Di chiamarla con pronomi maschili. Di definirla “la prof trans”. O, peggio, “il prof”. Molti hanno raccontato la sua storia a partire dall’inizio, continuando a definirla un uomo. Nessun rispetto nemmeno dopo la morte. Nessuna pietà. Cloe è stata vittima di transfobia, la stessa che vediamo nei giornali. Vittima di continui giudizi. Derisioni. Discriminazioni. La stampa avrebbe dovuto affrontare diversamente il caso.


COLLABORAZIONE - Articolo a cura di: Margherita Tumminello

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