IL REGIME TALEBANO IN AFGHANISTAN: un terribile deja-vu vecchio vent’anni

Questo 14 Agosto, oltre alle classiche grigliate di Ferragosto e le gite al mare con gli amici, è ricorso, in silenzio, un triste anniversario: il ritorno del regime talebano in Afghanistan. A seguito di una guerra civile durata vent’anni e della recente ritirata delle truppe statunitensi dal Paese medio orientale, al gruppo estremista islamico sono bastati tre mesi di attacchi ben studiati per far capitolare Kabul e riprendere il potere. Il nuovo regime- mi rifiuto di utilizzare il termine governo poiché va contro ogni senso morale e civico esistente- si è presentato con l’intenzione di essere più “inclusivo”, ma nella realtà dei fatti si stanno presentando le stesse identiche problematiche del primo governo. Un breve sguardo retrospettivo sulla storia di questo Paese potrebbe tornare utile per non dimenticare mai cosa significa vivere in un regime fondamentalista.



I recenti avvenimenti non si trattano di una scena mai vista, infatti, l’Afghanistan ha vissuto sotto questo regime oscurantista già negli anni ’90 del secolo scorso. Dopo la caduta dell’Urss e una guerra civile di cinque anni (‘91-‘96), i Talebani riuscirono a instaurare un governo che durò fino al 2001. L’attentato alle Torri Gemelle da parte di Al-Qa’ida e la guerra di risposta avviata dagli USA ne decretarono la fine. I patti di Doha dello stesso anno ne stipularono la tregua. Onestà intellettuale e morale vogliono che venga detto: l’Afghanistan non ha visto tempi migliori sotto il controllo dell’esercito americano. I continui tentativi di riprendere il potere dei talebani, la guerra civile, i bombardamenti, la fame, la mancanza di veri e propri aiuti umanitari e di accordi politici portarono alla morte di migliaia di soldati, forze dell’ordine e a una carneficina di civili il cui numero mette i brividi. Vent’anni dove la speculazione e gli interessi politici ed economici si sono fatti largo a suon di bombe in un Paese che gridava pietà.


Ora la cornice storica, sebbene estremamente riduttiva e insufficiente a raccontare per intero delle complesse dinamiche trentennali, è delineato. È necessario soffermarsi su due domande banali, quanto fondamentali: chi sono i Talebani? Qual è il loro obiettivo? I talebani, il cui nome significa “studente”, nascono nel 1990 da un’associazione studentesca di una scuola coranica di fede Sunnita. La loro connotazione iniziale non è politica, ma militante e guerrigliera ed il fine principale è difendere i veri valori Afghani e creare un Emirato. Con la salita al potere i loro ideali non fanno che radicalizzarsi sempre di più. Oltre a una repulsione totale dell’Occidente e un desiderio espansionistico su base etnica messo in atto con la sottomissione di tutte le etnie differenti, il regime talebano modifica anche la vita interna del paese secondo l’interpretazione radicale della Shari’a, cioè la legge islamica. Ogni diritto umano conoscibile è soppresso: sono tornate in vigore le punizioni corporali (mutilazioni e lapidazioni) e le esecuzioni pubbliche; l’ora della preghiera è obbligatoria e controllata dalla polizia religiosa; sono vietate tutte le forme di intrattenimento e spettacolo; non vi è nessun tipo di libertà di parola, stampa o espressione; ogni elemento che possa richiamare alla “moda occidentale” è fuori legge; il gioco d’azzardo e l’oppio sono banditi dal Paese. Le leggi, inoltre, si fanno ancora più stringenti quando si tratta delle donne: il diritto allo studio è scomparso; non possono lavorare; lo sport è vietato; per nessun motivo una donna può uscire senza accompagnatore; il burqua integrale va indossato senza possibilità di scelta, mentre le bambine devono indossare il chador.


Le mie parole, terrificanti e pregne di tristezza, non sono nemmeno un granello di sabbia nel deserto di sofferenza che ha vissuto e sta ancora vivendo l’Afghanistan. Sono soltanto l’ennesima sollecitazione, non solo a chi di dovere, ma a tutti noi, di mettersi davanti allo specchio, farsi un esame di coscienza e chiedersi: cosa hanno loro in meno di me per non godere del diritto di vivere in pace?


Articolo a cura di: Gaia Marcone

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