Il potere della lettura

Come gli italiani si sono dimenticati dell’importanza e della bellezza di un libro.


Si sa, leggere è importante non solo perché, inevitabilmente anche inconsciamente, aiuta il lettore a far proprie le “regole” base della sintassi e della grammatica – fornendo, tra le altre cose, un bagaglio lessicale più ampio – ma, anche perché è uno dei metodi più semplici ed immediati attraverso i quali possiamo mantenere viva la creatività, curiosità e, soprattutto, la flessibilità mentale.


Queste caratteristiche sono di norma già insite nell’essere umano che, soprattutto durante l’infanzia, assorbe le informazioni – di cui fanno parte anche i comportamenti – senza però avere degli “schemi” di pensiero già impostati, specialmente nei confronti di ciò che gli è esterno.


La grande forza dei libri, e della loro immensa varietà di argomenti, storie, informazioni che contengono, sta proprio nel risvegliare quella parte di noi che, crescendo con il tempo e con le varie esperienze ad esso correlate, possiede proprie opinioni, valori, norme morali; le quali, ovviamente, si differenziano da persona a persona. Ed è proprio grazie a questo che è possibile avere una società composta da persone libere; perché libertà è anche non seguire il cosiddetto “pensiero unico”, avere la possibilità di discutere e mettere in discussione le proprie idee (cosa, tra l’altro, infattibile tra individui dalle concezioni identiche), e persino di poter andare controcorrente.


Secondo i dati dell’ISTAT la popolazione italiana non si compone di grandi appassionati alla lettura: dal 2012 al 2018, soprattutto, è calato drasticamente il numero di lettori (dai sei anni in su) che ha letto almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali, nei 12 mesi precedenti all’intervista. La ricerca, inoltre, ha dimostrato che solo il 14,3% della popolazione si annovera tra i “lettori forti”, ovvero coloro che dichiarano di aver letto almeno dodici libri nell’ultimo anno.


Questo dato non dovrebbe stupirci molto in realtà, dato l’uso decisamente precoce e frequente da parte dei bambini, soprattutto delle ultimissime generazioni, di dispositivi elettronici (come smartphone, tablet e computer); oggetti che facilmente attirano un bambino o un adolescente con una forza maggiore rispetto a quella che potrebbe avere un libro. Questo semplicemente perché, com’è facile intuire, sono strumenti più immediati, che forniscono stimoli istantanei senza bisogno di ricevere una certa dose di fatica e lavoro mentale da parte di chi ne fa uso.


Inoltre, come ha scritto anche il saggista Gianni Canova nel suo libro “Ingnorantocrazia”, lo Stato (o meglio, alcuni politici), come d’altra parte è sempre successo nel corso della Storia, approfitta della sempre maggiore ignoranza – inteso non nel senso accademico del termine, ma nel contesto generale come cultura personale di ognuno – per poter dispensare ai cittadini discorsi vuoti, promesse irrealizzabili e manifesti populisti, a cui essi credono senza porsi domande.


Le conseguenze di ciò, inoltre, non sono poi così nascoste, e possiamo ritrovarle nel preoccupante aumento di fatti di cronaca contenenti violenze di natura razzista, omofoba, xenofoba o misogina. D’altronde, la violenza scaturisce dall’ignoranza, dalla mancanza di comunicazione e di apertura mentale, facoltà che sarebbero più presenti nella popolazione se questa fosse nel suo complesso un’assidua lettrice.


In conclusione, sarebbe da ritenere un obbligo morale, da parte delle istituzioni scolastiche e delle famiglie, incitare i più giovani alla lettura, aiutandoli a comprendere che quest’ultima non dev’essere vista come un peso, ma come un modo diverso per rendersi indipendenti rispetto alle ideologie “imposte” dalla società.


Articolo a cura di: Letizia Malison



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